Nel cuore della “Nuova Barona”, nasce l’headquarter di WallPepper® e Spazio81 in via Zumbini, 33.
Il polo della qualità dell’immagine, immerso in una costellazione di laboratori e botteghe che, con la loro spiccata vocazione culturale, hanno determinato un radicale processo di riqualificazione dello storico quartiere milanese.
1.000 mq di superficie su due livelli, per parlare esclusivamente di perfetta qualità di stampa, che sia la carta da parati firmata WallPepper®
o le riproduzioni grafiche delle più prestigiose collezioni fotografiche elaborate da Spazio81.
La nuova sede è un vero e proprio tempio dell’immagine.
Il successo e’ stato tale da avere avuto la necessita’ di raddoppiare, anzi triplicare lo spazio espositivo grazie “al passaparola” di un servizio ineccepibile
Diego e Alessandro Locatelli fondatori di WallPepper® e Spazio81 hanno concepito questi spazi come un atelier dove produzione e uffici si integrano ad aree espositive e materio teche per offrire ai clienti un’esperienza totale e globale.
EXPO EXPERIENCE 2016 L’ALBERO DELLA VITA, ULTIMISSIMO SPETTACOLO
Sono le 22,45 del 16 ottobre 2016 e assisto all’ultimissimo spettacolo dell’Albero della Vita di questa stagione in posizione privilegiata e decisamente unica, la terrazza di Palazzo Italia gentilmente concessa solo allo staff che ha gestito questi mesi il Padiglione
Bellissima esperienza. Ancora una volta Expo, ancora una volta un’atmosfera indimenticabile e per pochi. Ancora una volta mi sento fortunata di avervi partecipato, di aver rivisto l’area Expo, di non aver dimenticato l’esperienza unica dell’anno scorso e di averne vissuta un’altra, diversa, quest’anno.
Tanta gente e’ tornata, moltissima e’ venuta per la prima volta e nessuno vuole che quest’area venga chiusa, abbattuta, dimenticata.
W EXPERIENCE, che nonostante le difficoltà iniziali, ha mantenuto le promesse fino alla fine chiudendo con due concerti gratuiti fantastici come quello di Antonello Venditti e Gianna Nannini.
Ci rivediamo l’anno prossimo??????????
Patrizia e Joel sul terrazzo di Palazzo Italia per l’ultimo spettacolo dell’Albero della Vita
LA CUCITORIA, GRAZIA E CHARME LA NUOVA COLLEZIONE INVERNALE DI SONJA TAGLIAVINI
L’altra sera sono andata a trovare Sonja Tagliavini nel suo Atelier di via Disciplini, 4 a Milano per la presentazione della nuova collezione “Made to Measure” autunno-inverno 2016/17.
Sotto il diluvio universale e il traffico in tilt entrare alla Cucitoria ed essere accolta dal sorriso di Sonja e’ stato un piacere ritrovato, un calore di altri tempi e una rivelazione nuova per la collezione presentata.
Linee morbide, lunghezza mini e midi, capispalla di incredibile originalità nuova, morbida e avvolgente.
Lo studio delle forme e delle geometrie assolutamente invitante e piacevole. Linee molto pulite e volumi over.
Lo CHARME della linearità viene esaltato, a volte da alte cinture; il pigiama realizzato in velluto diventa chic con dettagli a contrasto.
I tessuti della collezione privilegiano le migliori sete italiane, velluti e cotoni, giocando nel ricordo dei tessuti etnici, più estivi ma che influenzano i contrasti invernali, tra arancione e fucsia e il nero classico che si accende, e l’ocra o l’azzurro polvere.
Sonja ha l’abilita’ di creare capi molto attuali e diversi dalle tendenze un po’ esagerate degli ultimi periodi.
La GRAZIA con cui si ripropone al pubblico denota tutta la classe della sua creatività, ma non solo. La lavorazione, fiore all’occhiello di questi capi, esalta l’artigianalità con cui ogni singolo capo viene realizzato; le rifiniture sono perfette a tal punto che i capi potrebbero essere “double face” per come sono raffinati gli interni e le cuciture. La classe del dettaglio e’ quella particolarità che fa la differenza dello stile de La Cucitoria di Sonja Tagliavini.
Pezzo unico ed incredibile la giacca Tuxedo interamente ricamata a mano protagonista, in vetrina, di tutta la luce che attira in una serata buia e tempestosa.
Un netto contrasto tra il davanti, nel classico nero, e il dietro ricco di trame e piccoli decori fatti a mano e cuciti perfettamente come fosse un unico particolare tessuto. Mani preziose quelle delle sarte di Sonja, ma unica l’originalità con cui sono stati studiati dalla stilista questi capi accolti con entusiasmo da un pubblico che va dalla più giovane cliente di 22 anni alla più grande trentenne e all’adulta cinquantenne e oltre.
Meravigliosa serata ieri sera daSonja Tagliavini, tra un bicchiere di vino bianco e deliziosi marron glacé fatti fare apposta per gli ospiti. Unica sempre l’atmosfera nel suo Atelier dove inevitabilmente scambi quattro chiacchiere con chi entra per un saluto.
Infatti, non sono andata ad una sfilata incasinata e caotica, milioni d’investimento per presentare una collezione in una location qualsiasi, ma sono andata a prendermi un bicchiere di vino da Sonja e ho visto la sua nuova, incantevole, collezione.
Cesare Bonadonna, appasionato fotografo, ha colto alcuni momenti degli ospiti
Quel giorno era molto caldo, e decisi di andare in spiaggia. Mi recai a Lummus Park, con la sua sabbia portata dalle Bahamas, corre parallela a Ocean Drive (in corrispondenza tra la sesta e la 14 esima strada) ed è la spiaggia principale di South Beach, il posto migliore per chi è alla ricerca di intrattenimento e abbronzatura. In qualsiasi giorno della settimana, la vita non manca, dalle modelle seminude agghindate per un servizio fotografico (il topless qui è legale), ai fanatici dell’abbronzatura e una sfilza di addominali scolpiti.
Mi misi comodo, un po’ in imbarazzo per non essere così scolpito e giovane, ma felice di godermi un altro giorno di piena vita. Iniziai a rilassarmi, scrivendo un altro mio racconto. Scrutavo la gente, sorridente, gioiosa, chi correva e si tuffava nell’oceano, i bagnini, creati nel corpo dalla mano di Michelangelo, che erano sulle loro postazioni a vedere che tutto procedesse regolarmente. Posizionai meglio i miei vecchi e usurati occhiali da sole, un vecchissimo modello di Rayban che mi teneva compagnia fin dagli anni 70. Mi misi il cappello di paglia, che era una via di mezzo tra un modello Borsalino ed un modello country, ingiallito dal tempo, ma tenuto maniacalmente perché era un ricordo stupendo della mia vita, lo misi perché il sole era diventato insopportabile.
Cercai di sistemarmi all’ombra del mio ombrellone.
Ripresi a mettere i miei pensieri sulla carta. Pensieri molto lontani, ricordi, gioie e tristezze. Ma parte di una vita che fu. Chiusi gli occhi e ricordai la spiaggia in cui ero, quando nella mia giovinezza venivo in compagnia di chi oggi non c’è più, persone diverse, atteggiamenti diversi. Ci si salutava con intensità non con superficialità e falsi sorrisi. Ci si aggregava, si parlava, si rideva. Si provavano valori veri. I bambini giocavano con la sabbia. Facevano castelli e costruzioni bellissime.
Ricordo una famiglia, lei donna distinta, i suoi figli, un bambino ed una bambina, solari, piccoli, ma molto vivaci. Non vidi il marito. Ma non ci detti peso. La donna era molto magra, avrà avuto circa 38/40 anni al massimo ed i ragazzi avranno avuto all’incirca 5/7 anni
Aveva i capelli lunghi e leggermente mossi. Madre premurosa, correva dietro ai figli per mettere loro la crema protettiva. Scenetta divertente con i bambini che si burlavano di lei ridendo e continuando a sfuggirle.
Ripresi a scrivere. Descrizioni fantastiche come a me piace fare. Prolisso a volte nella stesura dei pensieri per dare al meglio l’immagine reale, per travolgere il lettore e proiettarlo nella scena descritta.
Passarono circa 20 minuti, e vidi il ragazzino chiedere alla madre qualcosa, la madre si guardò in giro, guardando anche me, e gli rispose qualcosa. A breve vidi il pargolo venire vicino a me. Mi sorrise e mi chiese come mai avevo un cappello così buffo. Io gli sorrisi guardando quegli occhi così genuini, innocenti, sinceri, che avevo all’interno i segni di una anima pura. Gli risposi che per la mia epoca era un berretto molto comune ma che oggi i giovani bricconcelli come lui mettevano berretti più tecnologici, con immagini dei Miami Dolphins, con visiere colorate e altro ancora. Lui si mise a ridere a crepapelle, mettendomi anche un pochino in imbarazzo, ma ero felice di aver dato un po’ di sorriso ad un bambino con capelli biondi come un angelo.
La sorellina sentendolo ridere si avvicinò anch’essa a me. Mi toccò una spalla e con parole semplici date dalla sua giovanissima età mi chiese cosa stessi facendo. La guardai nel suo splendido costumino due pezzi, vivace e colorato, lei con capelli lunghi e castani con le treccine che la facevano apparire ancora più simpatica, e le risposi che stavo scrivendo un racconto.
La madre, che stava leggendo un libro, non sentendo più il rumore dei propri figli vicino, si alzò dallo sdraio e si girò come se già sapesse dove fossero. Li chiamò a voce alta con tono di rimprovero, ma i due pargoli non mostravano alcuna intenzione di ascoltarla e di andare da lei.
Allora venne da me. Chiese scusa del disturbo che mi potevano avere arrecato i suoi figlia, e mi fissò. Vide nelle mie mani fogli scritti, nella borsa a terra libri dei quali però non riusciva a leggere il titolo, e la mia figura, avanti nell’età e segnata dal tempo.
Si presentò. Io le dissi il mio vero nome; iniziammo a chiacchierare. Intanto nella mia mente portavo avanti ricordi del passato, e li confrontavo con il presente. Lei mi disse, nel continuare a farci compagnia con parole gentili e posate, che era separata da poco e che era spesso triste. Per combattere questo malessere aveva dovuto sostenere sedute mediche che l’avevano aiutata, prendeva alcuni medicinali, ma soprattutto leggeva per distrarre il pensiero.
I due bambini erano sempre lì, avevo dato loro alcuni fogli e delle matite e loro disegnavano come fanno i bambini.
La donna mi disse che ultimamente aveva letto molto e le piacevano i libri di racconti di uno scrittore che non aveva mai letto, ma che trasmetteva sulla carta qualcosa di molto sentito. Mi disse che si chiamava Oxford Brouge. Io la guardai quasi incredulo, e mi misi a ridere. Lei sorpresa, pensando le mancassi di rispetto, si irrigidì quasi offesa. E mi disse perché quella risata, se pensavo qualcosa dovevo dirglielo e non schernirla con una risata.
Con il mio sorriso in volto le dissi che non stavo ridendo per lei o per ciò che mi aveva detto ma perché conoscevo quello scrittore.
Lei allora si tranquillizzò e mi chiese come facevo a conoscerlo, forse perché anche lei era, signore mio, uno scrittore? Allora, difficile da dire e da spiegare, come se fosse una barzelletta, le dissi che il mio nome d’arte era Oxford Brouge e quello scrittore ero io. Lei si mise a ridere, come se fosse uno scherzo per fare colpo su di lei o altro. E mi disse di non prenderla in giro. Sempre sorridendo entrambi, le dissi che non era un tentativo di flirtare con lei, ma era la verità. Per convincerla le dissi di attendere alcuni secondi. Mi chinai ed estrassi dalla mia borsa, in pelle scolorita anch’essa per l’età, un contratto dove era scritto che tale casa editrice stipulava il contratto con me in arte Oxford Brouge.
La donna arrossì quasi mortificata, si scusò, sia per non avermi creduto, sia per il disturbo dei suoi due pargoli, e mi chiese se avessi potuto autografare il libro che stava leggendo, l’ultimo da me scritto, che si intitolava ” la vita vista dagli occhi della gente: riflessioni di giorni passati”.
Risposi che ne ero onorato. Fatto questo e continuando a chiacchierare e facendo sorridere anche i due pargoli, le dissi che ora era giunto il momento per me di rientrare a casa, ci salutammo, e le promisi che avrei scritto il mio prossimo racconto su di lei, e sui suoi adorabili figli. Le scese una lacrima di commozione sul viso che nonostante la giovane età, mostrava ai miei occhi i segni del cuore e del dolore che aveva passato.
Si allontanò e i suoi due figli, tenuti da lei per mano, continuavano a salutarmi con la manina libera sorridendomi.
Il sunset era arrivato, di un colore rosso fuoco, che faceva dell’orizzonte un quadro bellissimo. Presi le mie cose e mi incamminai verso casa. Pensai ai vecchi tempi passati, ai tempi moderni. Pochi erano i bambini come loro a non avere ancora il cellulare o gadget elettronici per giocare. E pochi al giorno d’oggi avrebbero avuto il coraggio di parlare con uno sconosciuto di persona, perché abituati ai social. E sorrisi, pensando che esistono ancora persone che danno più valori a libri e ad insegnare giochi ormai dimenticati, piuttosto che passare tempo sui social ed imbottire i figli con elettronica per non essere disturbati.
TRA ANGURIE, MELANZANE E LIQUIRIZIA SPUNTANO LE TORRI DI CITYLIFE
Orti fioriti sotto le torri di Citylife
sabato 24 e domenica 25 saranno aperti ai cittadini dalle 10.30 alle 18.30
Angurie, melanzane, rabarbaro e persino piante di liquirizia accanto a zinnie, echinacee, carciofi, agli e dalie, pomodori, bietole, fragole, menta, girasoli, ma anche aromi e verdure. E ancora lunghi filari di vigne, zucche rampicanti e una coltivazione di piante inconsuete come il topinambur, il ricino, il cardo dei lanaioli o la liquirizia. Nasce l’Orto di City Like tremila metri quadri di terreno coltivato a ortaggi, piante aromatiche e fiori, destinati gratuitamente ai residenti. Grazie a un accordo tra la La Società Citylife e Orticola Lombardia, hanno sottoscritto un accordo da due anni e in quest’area sono stati piantati una settantina tra ortaggi e piante ornamentali. In una delle zone piu’ moderne e recenti di Milano si ritorna alla terra e alle antiche tradizioni contadine….altro che vetro e cemento armato!
Filippo Pizzoni, ideatore del progetto e vicepresidente di Orticola – sostiene che l’intento e’ quello di un’operazione didattica aperta al pubblico ma destinata ai residenti che possono godere di prodotti sotto casa coltivati, più che con l’intenzione di produrre degli ortaggi da mangiare, che per altro vengono consumati dai residenti, per parlare di un orto e quindi fare una operazione didattica.
Un”momento” di quiete in mezzo alla campagna sotto il grattacelo in attesa di nuove destinazioni per la zona . L’amministratore delegato di Citylife, Armando Borghi, ha voluto questo quadrato di frutta, fiori e verdure per mostrare a scuole e cittadini come l’orto può crescere in un contesto urbano”.
Abbiamo gia’ verificato l’Orto Planetario di Expo Experience per capire che cio’ e’ possibile e anche gradevole.
Camminando nell’Orto di CityLife si trovano piante di amaranto, il ricino, le barbabietole pronte per il raccolto ma si nota anche che alcune specie non crescono proprio bene in citta’ . “Una cosa che abbiamo voluto provare a fare è stato piantare l’anguria – ha detto Pizzoni – che comunque preferisce un clima più meridionale del nostro; poi però abbiamo piantato anche dei girasoli che non ci hanno dato neanche un fiore”.
Gestire e coltivare un orto non e’ proprio una passeggiata ma a CityLife lo potremo vedere tutto l’anno e constatare quali piante resistono a Milano e quali no, così se ci venisse voglia di farlo sul balcone e sul terrazzo siamo preparati e meglio sceglieremo i prodotti piu’ resistenti, ben consapevoli che la coltivazione va seguita e che richiede impegno e dedizione.
Devo ammettere che l’Orto Planetario di Expo Experience e’ assai bello e ho potuto vedere con i miei occhi che quanto piantato ha dato in abbondanza variegata i suoi frutti. Solo di pomodori avro’ visto 5 diverse specie, così di melanzane e non solo.
Comunque e’ curiosa questa nuova moda cittadina e merita una visita.
„Nel fine settimana del 24 e 25 settembre gli Orti fioriti resteranno aperti al pubblico dalle 10.30 alle 18.30 per un mercatino e laboratori all’insegna del verde. La zona e’ tra viale Berengario e Piazzale Arduino si potranno acquistare ortaggi, piantine aromatiche e sementi, in piu’ qualche suggerimento di giardinaggio .
Le grandi aiuole compongono un percorso spezzato, quasi labirintico, all’interno delle quali si alternano, secondo la tradizione italiana, coltivazioni orticole e piantagioni ornamentali. A me non dispiacerebbe affatto fare a spesa direttamente nell’orto.
Ebbene! Non si inizia mai un articolo con una congiunzione, sta quasi male, ma e’ cio’ che penso dopo aver visto, oggi pomeriggio in anteprima, come si parla di violenza contro le donne senza passare morbosamente dal buco della serratura, ma con delicatezza e rispetto. Senza mostrare il sangue, ma il dolore profondo e lo sgomento senza giudicare, o colpevolizzare, l’angoscia ma non l’odio. Inno ai sentimenti, nonostante l’argomento, alla solidarietà femminile , al coraggio di una donna e all’amore per suo figlio e alla voglia di ricostruire una vita lontano dalla violenza.
Dichiara Ivano De Matteo: “Quando abbiamo deciso di fare questo film venivamo da tre film con una storia di famiglie apparentemente normali che andavano verso la distruzione e qua volevo fare il contrario, una famiglia distrutta che va verso la ricostruzione. Lo spunto è venuto dalla storia di una conoscente della mia compagna, che ha subito dieci anni di violenze con un figlio ancora più piccolo di quello del film. Non volevo fare un film sulla violenza sulle donne che fosse voyeuristico e che mostrasse quella violenza, volevo raccontare cosa accade dopo.”
Un vero pugno allo stomaco per iniziare in modo impattante ma poi il film scivola su altre chine andando a sottolineare svariati aspetti psicologici che s’intrecciano e si rincorrono in situazioni così delicate che non sembra un film che parla di violenza contro le donne. In effetti non parla di questo….parte da questo per parlare di coraggio e di rinascita.
Benché e’ incentrato sul dolore profondo e nascosto di Anna, le scene si susseguono su note di positività inframmezzate a dubbi e pensieri, crescita personale e introspezione. Pian piano la storia si snocciola e sembra quasi che la pellicola prenda luce, dopo il buio e la fuga da casa. Quella casa familiare diventata una gabbia, neanche tanto dorata.
All’apparenza sembra Valerio, l’adolescente strappato da casa e dagli amici e catapultato in un’altra città, Torino, a fare le spese di questa situazione. Sicuramente nel momento delicato della crescita, una situazione simile e’ uno sconquasso emotivo e ricco di solitudine, per il giovane figlio dell’orco e anche quello più a rischio di sbandamento. Anna, la madre, dopo aver preso la decisione di scappare e’ una donna forte che mira solo a ricostruire, per sé e per il figlio, una nuova vita e un’armonia familiare, perche’ una donna e un figlio sono una famiglia!
Andrea Pittorino, Valerio
Quando chiede aiuto per Valerio ad una Associazione le viene detto che essendo un minore ci vuole il consenso firmato del padre. Purtroppo questo dice la legge. Che paradosso! E’ SCAPPATA, forse non e’ chiaro!
Spesso Anna e’ pensierosa, silenziosa, osservatrice di ogni movimento del figlio spaesato, lei sembra assente in alcune scene, ma nella realta’ riflette silenziosa alla ricerca di una soluzione , si rimbocca le maniche e trova un lavoro, l’unico possibile. Pulizie serali nella nuova università di Torino.
Unico lavoro possibile = pulizie! 45/50 anni puoi sperare in un lavoro migliore?
Nel marasma di ricominciare, Valeria Golino e’ l’amica esuberante che porta note di allegria ma con discrezione e che offre ospitalità incondizionata. Anche fuori scena.
Piano piano, accompagnata dalla colonna sonora e dalla splendida fotografia, tra “ti odio” di Valerio ad Anna, e la sua pazienza infinita ricca di preoccupazioni e speranze, la vicenda si sviluppa verso la vita possibile.
Ricordo “ti odio” di mia figlia.
Cosa si prova?
E’ inimmaginabile lo squarcio nel cuore che quel falso odio urlato addosso e ricco di accuse silenziose provoca, e quanta forza ci vuole per non cedere, per non tornare sui propri passi consapevoli di aver fatto la scelta giusta ma che i figli comprenderanno solo molto poi, anni dopo e, forse, solo quando saranno genitori o mogli e mariti.
Sei tu la picchiata, non i bambini; gli hai tolto un padre.
Se, invece, decidi di scappare da sola, non sei una madre. Hai abbandonato i tuoi figli, sara’ piu’ facile riprendersi una vita, ma sei giudicata, da nessuno escluso, UNA PESSIMA MADRE.
Quante volte viene in mente che ti possano portare via i figli, lui o gli assistenti sociali. Se non hai soldi, casa, lavoro i figli te li tolgono e magari li danno a lui che e’ un violento; ma ha un lavoro, una casa, soldi.
Ricordo il panico, l’incredulità, l’incapacità di un confronto dialettico che si tramutava in schiaffi e predominanza fisica. Ricordo anche molto bene, come fosse oggi, le offese di “madre di merda incapace perché affetta da cancro intellettivo”. Ricordo altrettanto giudizi scritti dalla sua nuova compagna, offese e frasi tipo….non ho voglia di ricordarle! Non sono rimosse, ma non fanno piu’ tanto male.
Vorrei capire come può un essere umano offendere in continuazione, sempre e comunque. Dov’è il rispetto tra coniugi? Sposati in chiesa o civilmente e’ uno dei cardini del matrimonio raramente rispettato.
Se lavoravo ero una “madre di schifo perché non pensavo ai figli”, se non lavoravo ero una “nullità professionale” ma comunque una “madre incapace” e, in ogni caso, non potevo decidere nulla non contribuendo economicamente, anzi, dovevo sempre chiedere per favore o portare un preventivo per una qualsiasi spesa, e attendere il benestare.
Come fa un uomo a svilire in ogni caso il ruolo della propria compagna. Dice bene una signora tra il pubblico, durante la conferenza: bisogna costruirsi un’indipendenza economica. E’ una delle poche “salvezze” in questi casi di soprusi e violenze domestiche. Se scappi, quanto meno, riesci a mantenere te e i tuoi figli. Puoi cercare una casa, fare la spesa e pagare le bollette.
Molte donne non scappano di casa perché non hanno un soldo di loro; restano ingabbiate tra paure e dipendenze e nemmeno se ne accorgono. Perdono la capacità di razionalizzare, abituate ad una quotidianità di denigrazione; goccia dopo goccia anche la roccia si erode.
La sindrome di Stoccolma non e’ una situazione così rara, anzi. Altre, sperano che il padre dei propri figli possa cambiare, possa crescere, abbandoni Peter Pan e diventi un uomo, un marito e un genitore.
Resto ammutolita ad un pubblico in sala che tra un mormorio e l’altro giudica donne che hanno subito per 10-20-40 anni. Ma come fanno a giudicare senza sapere in che labirinto le stesse sono finite? In quale fragilità sono state condotte fino a non aver più opinione di se stesse, a furia di sentirsi dire che sono niente, sono diventate niente. Annientate e senza amor proprio.
Dice bene Ivano De Matteo , per scrivere questo film con Valentina Ferlan ha fatto un anno di indagini parlando con psicologi e psichiatri anche infantili, ha letto atti e denunce e ha ascoltato testimoni, non ha voluto entrare nei dettagli della vita delle donne intervistate ma ha scoperto un mondo parallelo. Ossia una realtà vera, sconcertante ma una realtà in cui numerosissimi sono i casi di violenza domestica, soprusi, denigrazioni. Come uomo, come regista, come padre non riteneva fosse possibile un mondo parallelo dove la quotidianità e’ così inquietante, annientante. Anche Margherita Buy, prima di girare il film, non immaginava conoscenti e amiche in questa situazione e, sbigottita, afferma che sono state tante le testimonianze vicino a lei.
Quante donne prendono botte evitando che un padre violento, o ubriaco se la possa prendere con un bambino. Molte sono indotte alla prostituzione, oppure vengono violentate dagli stessi mariti. Paradossalmente a volte possono anche essere consenzienti per cercare di calmarlo, di renderlo piu’ docile, per evitare lividi o tagli o altro. La cronaca ne e’ piena.
Quante ridotte ad uno straccio vivente non hanno la forza, la voglia, l’energia per scappare, ribellarsi, risollevarsi, ri costruirsi. Guai a loro poi, se avvilite da un rapporto senza rispetto riescono ad innamorarsi di un altro. E’ la fine.
Chiedono a Valentina Furlan in che modo il suo lato femminile ha contribuito all’anima del film. Risponde quante volte , anche non volendo, può far male un uomo.
Banalmente mai sentita la frase ” anche se sei grassa ( o magra), ti amo lo stesso”? Quanto ferisce?
Dopo 17 anni di lotte in tribunale, dove ho subito la qualunque non solo dall’ex marito ma anche dai giudici stessi incapaci di verificare le carte, la documentazione cospicua, le macroscopiche palle messe nero su bianco da avvocati avversi, nonostante l’evidente ragione ( c’e’ da farsi qualche domanda in merito) ancora non abbiamo finito, io e i miei figli, di lottare per una giustizia che meritiamo, per una dignità di vita a cui abbiamo diritto.
Ma per me e loro, la vita possibile e’ possibile.
Con tanta difficoltà, molte preoccupazioni e angosce siamo ancora in piedi e scollegati dalla “sua” quotidianità che, altrimenti, ci opprimerebbe, ci minaccerebbe, ci colpirebbe inesorabilmente creando più danni di quelli già causati e i cui segni restano tangibili dentro tutti noi tre.
E siccome la vita possibile e’ possibile, sono diventata di recente responsabile della Lombardia per Bon’t Worry creata da Bo Guerreschi che si batte contro la violenza sulle donne e sui bambini con l’intento e l’energia per ridare una vita, una dignità alle vittime.
Un Freccia Rossa in corsa contro la violenza di genere
Progetti di legge basati sull’esperienza fatta per le strade e gli ospedali intervenendo 24 h su 24 su casi di cronaca. Soccorso e assistenza psicologica e legale; creazione di posti di lavoro, progetti di recupero e di economia sociale; apertura di più sedi a Roma e Milano e a breve a Londra e New York affinché la Onlus diventi un’ancora di salvezza e di speranza per un futuro decisamente migliore; una macchina che macina chilometri per una vita possibile .
Perché sono stata scelta io? Perché prima mi hanno aiutata e conosciuta; perché non sono annientata ma, anzi, da anni combatto da sola contro un ex marito incosciente, egoista, incapace di fare il padre, bipolare ( e quindi in grado d’ingannare chiunque, ma ormai non piu’ me; in grado di mandare lettere di scuse pentite ma decidere lui quando mi era concesso leggerle) e combatto contro una legge sbagliata e con tanti buchi o contrasti e molto poco sensibile sia ai minori che ad una donna che vuole separarsi.
Quando una donna si sfoga, so di cosa sta parlando, una volta ero io al suo posto. Conosco molto bene quel labirinto e quelle dinamiche che incastrano, i ricatti e le molestie, le vendette, le intimidazioni, le denigrazioni, le minacce, le azioni per far crollare psicologicamente; per non parlare dei ricatti economici. 17 anni di mail e di offese a cui non rispondo neanche più.
Inoltre, ormai, comprendo alcuni profili maschili, alcune dinamiche dei loro atteggiamenti, posso permettermi di dire: “ Stai attenta” ad un’altra donna e metterla in difesa o cercare di aiutarla anche solo ascoltandola……anche alle 3 di notte ed e’ successo di recente.
La Presidente di Bon’t Worry e’ una donna che ha subito tantissimo a sua volta; e’ una donna che non si ferma davanti a nulla ed e’ una guida senza la quale non esisterebbe l’unica Associazione contro la violenza sulle donne e i bambini che non specula sul dolore altrui e non accetta compromessi di sorta e lavora incondizionatamente per proteggere le proprie vittime (attualmente 62 donne e 12 bambini). Bo Guerreschi dopo le violenze subite ha scritto un libro sulla sua vicenda; ancora oggi e’ sottoposta ad interventi per riparare i danni subiti.
Amare non è un verbo, non è una parola o un qualcosa che si dice tanto per voler dire qualcosa.
Amare è l’elevazione all’ennesima potenza del calore del cuore, del rumore dell’anima, delle grida di gioia del nostro corpo.
Amare vuol dire sentire la musica che emette il cuore della persona da noi amata, vuol dire ubriacarsi del suon della sua voce, vuol dire avere gli occhi lucidi di gioia.
Amare non è il regalo, amare non è il dire “ti amo”, amare non è andare a cena nel locale più bello del mondo.
Amare è la carezza inaspettata, l’essere presente, il richiamare quando si viene chiamati e si è magari in quel momento impegnati o non raggiungibili.
Amare è il gesto improvviso, è l’avere sempre il pensiero rivolto a chi si ama veramente.
Amare è sentirne la mancanza, come se mancasse l’aria per respirare.
Amare è vivere per la persona amata. Si perchè quando ami, ed ami veramente, nulla ti può distogliere dal suo pensiero; quando si ama si cerca di trovare sempre una soluzione per tutto, si cerca di capire le varie esigenze, trovare sempre le risposte giuste.
Amare non è lasciare chi si ama per uscire con gli amici o le amiche; amare non è solo condividere le gioie, ma anche i dolori.
Amare è anche gelosia. Il non provare gelosia allora vuol dire che non si ama veramente, ma che si stà sfruttando il momento. Gelosia, parola difficile da spiegare ma enormemente importante. Non si è gelosi nel vedere la persona amata circondata da gente che le fa la corte e prova a flirtare? Non si è gelosi se la persona che amiamo va ad una cena di lavoro? Spesso si, senza elencare altri eventi, ma la gelosia fa parte del gioco, come la fiducia ed il rispetto. Ma a volte anche la troppa fiducia a volte ci uccide…..
Ma ciò nonostante, nonostante tutto, si ama, si ama perchè sentiamo quel legame forte che ci fa stare bene con chi amiamo. E non vediamo l’ora di essere nuovamente assieme per quegli sguardi intensi, che vedo anche negli occhi di chi dopo 50 anni di matrimonio si tiene ancora per mano, si bacia ancora, si coccola ancora. Tutte le specie conosciute amano.
Se Amare è una disgrazia, che Dio me la continui a dare, perchè ogni cicatrice che ho nel cuore lo rende il ancora più forte. Non lo rende chiuso, ma gli insegna come amare e chi.
Amare è bello e fino a quando ho un soffio di respiro nell’anima, non smetterò mai di farlo, perchè non si ama solo la persona che abbiamo nel cuore, ma si amano i propri figli, i propri genitori, coloro che sappiamo essere veri ed insindacabilmente unici.
20 settembre 2016
scritto da Oxford Brogue
Immagine in evidenza: Amore Psiche stanti , scultura di Antonio Canova realizzata fra il 1796 e il 1800