QUESTA CHE STO PER NARRARE E’ UNA STORIA VERA

QUESTA CHE STO PER NARRARE E' UNA STORIA VERA

QUESTA CHE STO PER NARRARE E’ UNA STORIA VERA

Storie, leggende, racconti, fantasie, ricordi, reminiscenze….tutto crea l’atmosfera nello scrivere e soprattutto nel coinvolgere il lettore. E questa che sto per narrare è una storia, vissuta realmente o solo di fantasia, poco importa, ma sicuramente è che rileggendola mi ha travolto l’anima…….

Eravamo accampati con la nostra legione in mezzo al nulla, luna oscurata, pioggia e vento. Una legione composta da 10.000 uomini, valorosi, coraggiosi, affamati……molti feriti, altri in fin di vita. A morire in una terra che non ci apparteneva.

Battaglie su battaglie, sconfitte, vittorie, amici e nemici lasciati sulla verde erba rigogliosa dopo le piogge di Aprile. Ora siamo rimasti in 3.000 uomini, in quanto Roma ne aveva richiamati la maggior parte, e altri purtroppo erano quelli che non fecero più ritorno, caduti da gloriosi eroi.  Il tempo passava, come le stagioni. La barba incolta mi faceva capire lo scandire inesorabile dei mesi che come fulmini passavano.

Arrivammo finalmente ad un nostro avamposto. Fummo accolti non come soldati, ma come fratelli.

Andai nella stanza assegnatami, non da semplice soldato ma da Tribuno, comandante di una parte dei soldati rimasti. A breve venni chiamato nella sala delle strategie, dove generali, comandanti e gregari studiavano i vari piani di azione per poter rimanere in vita più che conquistare.

Incontrai, dopo tanti anni che non lo vedevo, Marco Aurelio Cracco, cresciuto con me in Roma, addestrato da uno dei migliori, Augusto Senna, gran centurione. Ci abbracciammo e ci scesero alcune lacrime.

Mi chiamarono poi per attirare la mia attenzione “Tribuno Tiberio Domiziano possiamo iniziare?”…Io sorrisi, mi scusai, e mi misi assieme a loro

Ragionammo tutto il pomeriggio. Poi finalmente il banchetto serale. Erano molte lune che non cenavamo così.

Il giorno dopo preparammo tutto ciò che si era detto il giorno prima.

Ci volle tempo, giorni, per mettere a punto molte cose. Poi partimmo, 2.500 uomini altri rimasero nella fortezza; sarebbe stato un viaggio lungo, ma non pensavo così triste per la conclusione.

Dopo circa 9 giorni di marcia arrivammo alla nostra destinazione. Radure verdi, foreste, montagne. Cacciagione e selvaggina per poterci sfamare, acqua di sorgente per dissetarci. Sembrava tutto perfetto, anche troppo.

Quella notte non riuscivo a dormire, avevo incubi reali, presagi di morte, dolori atroci. Mi alzai e mi misi a guardare il cielo, una meravigliosa Luna piena, che illuminava la distesa delle valli dove eravamo. Sembrava mi guardasse e piangesse, come per ricordarmi così, prima della mia morte.

Brividi di freddo e torpore mi assalirono, tornai in tenda e cercai di dormire almeno qualche ora.

Il risveglio non fu facile visto la travagliata notte che avevo passato

Ad un certo punto, un nostro soldato di guardia, iniziò a suonare la tromba d’allarme. Un drappello di uomini a cavallo, recanti bandiera con i simboli romani, correva verso di noi come trasportati dal vento del nord, forte, rapido, gelido.

Scesero e uno di loro, sporco di fango, sangue e fatica, venne verso di me. Era l’amico fraterno Marco Aurelio. Caduti in una imboscata durante l’attraversamento di una foresta, soldati morti, decimati dalle mille frecce scoccate dagli archi dei nemici, appostati come falchi al buio pronti a ghermire la preda.

Ci disse che migliaia di uomini stavano marciando verso il nostro accampamento

Non ebbi esitazione. Dissi a tutti di prepararsi per affrontare un nemico molto forte, che voleva respingere le nostre resistenze, che voleva far vedere la sua supremazia su Roma, e che scherniva i soldati romani definendoli burattini, non guerrieri, ma femmine che piangono morendo in battaglia chiedendo pietà per la vita. Aggiunsi che, morire in battaglia, è un onore riservato a pochi veri uomini, riservato agli eroi, ed io, se fosse stata la mia ora, sarei morto senza paura ma con negli occhi lo sguardo del coraggio e che tutti noi dovevamo incutere timore durante il combattimento ai nostri avversari dimostrando loro come muore un Romano, non come un burattino, ma come un possente e valoroso soldato che ha fede negli ideali per i quali ha prestato giuramento.

Sentii un coro di voci urlanti possedute dalla forza degli Dei che osannava il nome di Roma, dei Tribuni, ed il mio nome, Tiberio. Nei loro occhi fiamme, fuoco, voglia di vincere anche oltre la morte. Erano i nostri uomini, carichi e trepidanti, pronti a far capire al nemico il proprio onore contro chi onore non ne ha.

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Non ci volle molto per schierarci, pronti, forti, ben armati e corazzati con i nostri grandi scudi rettangolari con effigi di Leoni e di Aquile; lance, archi, frecce, spade, cavalli sellati e vestiti a battaglia. Tutto pronto. Con gli altri Tribuni e con l’amico Marco Aurelio studiammo un piano, una strategia, per poter difendere le nostre vite e prendere noi le loro.

Ci dividemmo, truppe a piedi appostate all’inizio della radura, i migliori con gli archi, circa 500, suddivisi a metà nelle due foreste ai lati della verde distesa che di li a breve sarebbe stata insanguinata. Io guidavo con Marco Aurelio le truppe a cavallo.

Iniziò a calare la sera, le nubi all’orizzonte avevano l’odore di pioggia trasportata dal vento. Passarono minuti che sembravano ore, qualche goccia, poi una lieve pioggia, sottile, tagliente come lame, gocce non fredde, ma tiepide, come se volessero i nostri Dei darci calore anche nell’anima.

Udimmo suoni provenire in lontananza, ombre, rumori di tamburi, cori che osannavano la loro vittoria, insulti alle nostre donne e alle nostre divinità.

Poi il silenzio. Erano fermi, immobili, davanti a noi, distanti ma non troppo, schierati come pali in perfetta geometria. Davanti a loro 5 uomini a cavallo, vestiti di armature luccicanti, forse anche più delle nostre, con scudi rotondi, grandi, con disegni di animali bellissimi. Uno dei cinque, quelli in centro, fece avanzare di una incollatura il suo cavallo, volse lo sguardo prima a destra urlando un comando, poi a sinistra urlando un altro ordine. Sguainò la sua spada, luminosa anch’essa, e la additò verso di noi, e i fanti iniziarono ad avanzare. Ad un certo punto si aprirono in mezzo, e da dietro centinaia di uomini a cavallo si fecero largo avanzando velocemente. Non avevano spade in mano, ma archi, e iniziarono a scoccare frecce come fulmini che vogliono colpire folgorando. Ordinammo alle truppe di serrare i ranghi, di unire gli scudi a testuggine. Appena in tempo; le frecce si schiantarono sulle nostre difese. Alcune passarono, qualche uomo cadde, ferito, o peggio ancora, morto. Fu il nostro momento. Venne ordinato ai nostri arcieri nascosti all’interno della foresta di scoccare. Non si udiva più il rumore della pioggia, ne le urla dei soldati nemici, ma il forte sibilo delle 500 frecce scoccate, riscoccate, e lanciate ancora, con una velocità indescrivibile. Tanto che non si vedeva più il buio del cielo ma il colore del legno con le luccicanti punte mortali che volavano. E colpirono, cavalli innocenti caduti morti, soldati agonizzanti, molti salvati dai loro scudi ma altri senza vita a terra.. Ma non si fermarono; venne impartito dal loro comandante un altro ordine e altri fanti, numerosi, avanzarono in sostegno; la loro cavalleria veniva questa volta dai lati, ma non con archi e frecce, sta volta con le spade.

Allora impartimmo anche noi i nostri ordini. Andammo tutti in battaglia. Armati di voglia di gloria, di vita e di morte nello stesso momento, di tanta paura ma ancor di più di coraggio, io e Marco Aurelio con le nostre spade, amiche di mille battaglie, parte del nostro corpo, taglienti come rasoi e leggiadre come una piuma, al galoppo insieme ai nostri valorosi uomini.

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I cavalli annaspavano e affannavano per la foga con cui li spronavamo a correre. Poi lo scontro. Colpi parati, colpi inferti, segni sullo scudo. Dolori di ferite lievi, l’odore del fango, dell’acqua, del sangue, della morte. Non si risparmiavano colpi. Frecce nemiche che mi sfioravano tagliandomi i capelli, lambendomi la pelle del viso. Una colpì il mio pennacchio, mi fece male, perché la sua forza mi diede uno strappo al collo ove l’elmo romano era legato con ferro e cuoio. Ebbi un attimo di sbandamento e mi colpirono. Caddi da cavallo. Marco Aurelio mi vide a terra, si fermò, scese anche lui a combattere al mio fianco. Fanti e legionari del nostro rango arrivarono veloci a combattere vicini. I nemici erano tanti, ma non avevamo più paura, ma solo tanta adrenalina data dal sapore del sangue giunto alla nostra bocca, al naso, come una essenza che ci poteva drogare, come lupi assatanati pronti ad azzannare la preda. E combattemmo senza timore.

Non so come successe ma ad un certo punto della battaglia ci trovammo d’innanzi ai 5 comandanti nemici; anche loro ormai scesi dai loro cavalli, anche loro segnati dalla battaglia. Io, Marco Aurelio e i nostri uomini affrontammo in uno duro conflitto loro, ed i loro fedeli combattenti. Fu un epico scontro, del quale non dimenticherò mai memoria, lungo, cruento, doloroso, triste.

Non potevamo sapere se saremmo sopravvissuti noi o loro, ma con impeto mai eguagliato, andammo avanti. Perdite di uomini da entrambi il lati. Tre dei cinque comandanti caddero. Io e Marco eravamo innanzi ai due più forti, il loro primo comandante e il suo fidato compagno, come eravamo noi due. Scintille delle nostre lame illuminavano il buio; le nostre urla confuse con le loro, per fare uscire tutta la grinta e la forza che avevamo. Io stavo lottando con il mio pari di grado. Marco con l’altro. Vidi che il mio fraterno amico stava avendo la meglio sul suo nemico, lo aveva disarmato e stava per colpirlo. Lo fece, colpito diritto nello stomaco. La sua spada lo aveva passato da parte a parte. Il sangue all’uomo usciva anche dalla bocca. Guardò Marco, e con un ultimo rimasuglio di vita, afferrò un coltello che aveva nella sua armatura e lo infilò nel collo del mio fraterno amico. Io urlai, impotente, la rabbia mi salì da dentro trasformando i miei occhi in quelli di un feroce assassino senza pietà. L’uomo dinnanzi a me vide il mio cambiamento. Divenni più combattivo, più adrenalinico, colpii, colpii ancora, sempre più forte, mentre l’altro indietreggiava sotto i miei fendenti. Impaurito, quasi stremato, fino a che cadde, lo trafissi, una, due, tre volte. Spirò.

I nostri uomini stavano avendo la meglio sul nemico, senza più comandanti che Iniziò ad indietreggiare fino a ritirarsi, sconfitto; ma la nostra vittoria, a che prezzo………..per Roma, per gli Dei…….

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Corsi da chi non respirava più, le mie lacrime erano sporche del mio sangue, la mia voce straziata dal dolore, il corpo mi tremava. Presi Marco Aurelio sperando che fosse ancora vivo, ma il suo sangue mi riempì le mani, le gambe, il viso e la mia barba. Lo strinsi a me come un fratello stringerebbe il proprio caduto in battaglia, i miei uomini che volevano staccarmi senza riuscirci, Marco Aurelio, amico di una vita fatta di sacrifici, di lotte, di gioie e di dolori, combattente, eroe valoroso, morto…… e io continuavo ad urlare, a piangere a sentire il suo sangue, ad urlare agli Dei chiedendo perché lui e non me; con le mie ultime forze stremato dalla battaglia, dalla tragedia, dal dolore, lo sollevai, lo portai via da li, lo misi sul suo cavallo, lo riportai al campo.

Gli diedi giusta sepoltura, con gli onori come se fosse un Cesare, un Dio; era un uomo, con gli ideali di Roma nel cuore, con la sua fede, con il suo cuore, con la paura ed il coraggio sempre a lottare, ma senza mai tirarsi indietro da niente. Marco Aurelio, una parte della mia anima, del mio cuore, della mia vita. Che possa riposare in pace.

Dopo quel cruento giorno, fatto di morte, dolore, atroce dolore per la mia persona, le battaglie diminuirono, io combattevo sempre audacemente, in prima linea, con il ricordo di Marco dentro di me. Poi un giorno arrivò l’ordine di rientrare in patria.

Arrivati a Roma, dopo vari convenevoli, ci riunimmo tra tutti i vari comandanti. Fu lunga la giornata. Ma poi alla fine, ebbi il mio compenso. Rimanere a Roma, ad istruire i nuovi giovani, legionari, fanti, centurioni. La mia esperienza era grande, come il mio dolore. Fino al giorno in cui, all’età di 47 anni, incontrai l’amore della mia vita, una donna che già conoscevo dai tempi passati, ma che non avevo mai avuto il coraggio di guardare con gli occhi dell’amore, forse perché prima ero troppo intento a voler andare via a combattere, ma adesso, che avevo capito quanto vale una vita, potevo provare a dimostrarle il mio amore.

Fu una vita felice, tranquilla, dentro le mura di Roma, con i ricordi di Marco nel cuore e nell’anima, sognandolo la notte con il suo sorriso, come quando eravamo ragazzi, scherzando e facendo goliardie.

Ora con la saggezza di vecchio padre e marito, capisco quanto vale una vita, cosa fa veramente male e cosa è superficiale, quanto vale una lacrima, un dolore, una gioia, la felicità, l’armonia con l’universo.

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E tramando questo sapere ai piccoli giovani fanciulli romani che vengono a sentire i miei racconti di battaglie del tempo passato, agitando nell’aree le loro spade di legno, i loro scudi fatti di leggero cuoio, immedesimandosi nei soldati che duellavano per un ideale, ideale che è una fede, un giuramento, una verità, come l’amore, forte, sincero, rispettoso e soprattutto proveniente dal cuore e dall’anima come il nostro credo in roma.

Oxford Brogue

XVIII – X – MMXVI

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GLI IRRISOLTI

GLI IRRISOLTI

GLI IRRISOLTI

di Manuela Spanu

Settembre 2016

 

Siamo rimasti in una foto

Immortalati nel tempo

Colori sbiaditi, ingialliti da una cornice troppo irrisolta per racchiuderci

Abbiamo spinto per farci spazio, per partorirci nel mondo, ma eravamo troppo diversi per farne parte

Senza di me ti si spezzano le vene, ma quando mai io sono stata linfa vitale che scorre?

Ho stagnato per non farmi travolgere dalla vita

Mi hai seguita per sfuggire all’oblio senza mai afferrarmi

Ci siamo incontrati per errore

Ci siamo lasciati per salvarci

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INCONTRI INASPETTATI

INCONTRI INASPETTATI

INCONTRI INASPETTATI

Quel giorno era molto caldo, e decisi di andare in spiaggia. Mi recai a Lummus Park, con la sua sabbia portata dalle Bahamas, corre parallela a Ocean Drive (in corrispondenza tra la sesta e la 14 esima strada) ed è la spiaggia principale di South Beach, il posto migliore per chi è alla ricerca di intrattenimento e abbronzatura. In qualsiasi giorno della settimana, la vita non manca, dalle modelle seminude agghindate per un servizio fotografico (il topless qui è legale), ai fanatici dell’abbronzatura e una sfilza di addominali scolpiti.
Mi misi comodo, un po’ in imbarazzo per non essere così scolpito e giovane, ma felice di godermi un altro giorno di piena vita. Iniziai a rilassarmi, scrivendo un altro mio racconto. Scrutavo la gente, sorridente, gioiosa, chi correva e si tuffava nell’oceano, i bagnini, creati nel corpo dalla mano di Michelangelo, che erano sulle loro postazioni a vedere che tutto procedesse regolarmente. Posizionai meglio i miei vecchi e usurati occhiali da sole, un vecchissimo modello di Rayban che mi teneva compagnia fin dagli anni 70. Mi misi il cappello di paglia, che era una via di mezzo tra un modello Borsalino ed un modello country, ingiallito dal tempo, ma tenuto maniacalmente perché era un ricordo stupendo della mia vita, lo misi perché il sole era diventato insopportabile.
Cercai di sistemarmi all’ombra del mio ombrellone.

Ripresi a mettere i miei pensieri sulla carta. Pensieri molto lontani, ricordi, gioie e tristezze. Ma parte di una vita che fu. Chiusi gli occhi e ricordai la spiaggia in cui ero, quando nella mia giovinezza venivo in compagnia di chi oggi non c’è più, persone diverse, atteggiamenti diversi. Ci si salutava con intensità non con superficialità e falsi sorrisi. Ci si aggregava, si parlava, si rideva. Si provavano valori veri. I bambini giocavano con la sabbia. Facevano castelli e costruzioni bellissime.

Ricordo una famiglia, lei donna distinta, i suoi figli, un bambino ed una bambina, solari, piccoli, ma molto vivaci. Non vidi il marito. Ma non ci detti peso. La donna era molto magra, avrà avuto circa 38/40 anni al massimo ed i ragazzi avranno avuto all’incirca 5/7 anni
Aveva i capelli lunghi e leggermente mossi. Madre premurosa, correva dietro ai figli per mettere loro la crema protettiva. Scenetta divertente con i bambini che si burlavano di lei ridendo e continuando a sfuggirle.
Ripresi a scrivere. Descrizioni fantastiche come a me piace fare. Prolisso a volte nella stesura dei pensieri  per dare al meglio l’immagine reale, per travolgere il lettore e  proiettarlo nella scena descritta.
Passarono circa 20 minuti, e vidi il ragazzino chiedere alla madre qualcosa, la madre si guardò in giro, guardando anche me, e gli rispose qualcosa. A breve vidi il pargolo venire vicino a me. Mi sorrise e mi chiese come mai avevo un cappello così buffo. Io gli sorrisi guardando quegli occhi così genuini, innocenti, sinceri, che avevo all’interno i segni di una anima pura. Gli risposi che per la mia epoca era un berretto molto comune ma che oggi i giovani bricconcelli come lui mettevano berretti più tecnologici, con immagini dei Miami Dolphins, con visiere colorate e altro ancora. Lui si mise a ridere a crepapelle, mettendomi anche un pochino in imbarazzo, ma ero felice di aver dato un po’ di sorriso ad un bambino con capelli biondi come un angelo.
La sorellina sentendolo ridere si avvicinò anch’essa a me. Mi toccò una spalla e con parole semplici date dalla sua giovanissima età mi chiese cosa stessi facendo. La guardai nel suo splendido costumino due pezzi, vivace e colorato, lei con capelli lunghi e castani con le treccine che la facevano apparire ancora più simpatica, e le risposi che stavo scrivendo un racconto.
La madre, che stava leggendo un libro, non sentendo più il rumore dei propri figli vicino, si alzò dallo sdraio e si girò come se già sapesse dove fossero. Li chiamò a voce alta con tono di rimprovero, ma i due pargoli non mostravano alcuna intenzione di ascoltarla e di andare da lei.

Allora venne da me. Chiese scusa del disturbo che mi potevano avere arrecato i suoi figlia, e mi fissò. Vide nelle mie mani fogli scritti, nella borsa a terra libri dei quali però non riusciva a leggere il titolo, e la mia figura, avanti nell’età e segnata dal tempo.
Si presentò. Io le dissi  il mio vero nome; iniziammo a chiacchierare. Intanto nella mia mente portavo avanti ricordi del passato, e li confrontavo con il presente. Lei mi disse, nel continuare a farci compagnia con parole gentili e posate, che era separata da poco e che era spesso triste. Per combattere questo malessere aveva dovuto sostenere sedute mediche che l’avevano  aiutata, prendeva alcuni medicinali, ma soprattutto leggeva per distrarre il pensiero.
I due bambini erano sempre lì, avevo dato loro alcuni fogli e delle matite e loro disegnavano come fanno i bambini.
La donna mi disse che ultimamente aveva letto molto e le piacevano i libri di racconti di uno scrittore che non aveva mai letto, ma che trasmetteva sulla carta qualcosa di molto sentito. Mi disse che si chiamava Oxford Brouge. Io la guardai quasi incredulo, e mi misi a ridere. Lei sorpresa, pensando le mancassi di rispetto, si irrigidì quasi offesa. E mi disse perché quella risata, se pensavo qualcosa dovevo dirglielo e non schernirla con una risata.
Con il mio sorriso in volto le dissi che non stavo ridendo per lei o per ciò che mi aveva detto ma perché conoscevo quello scrittore.
Lei allora si tranquillizzò e mi chiese come facevo a conoscerlo, forse perché anche lei era, signore mio, uno scrittore? Allora, difficile da dire e da spiegare, come se fosse una barzelletta, le dissi che il mio nome d’arte era Oxford Brouge e quello scrittore ero io. Lei si mise a ridere, come se fosse uno scherzo per fare colpo su di lei o altro. E mi disse di non prenderla in giro. Sempre sorridendo entrambi, le dissi che non era un tentativo di flirtare con lei, ma era la verità. Per convincerla le dissi di attendere alcuni secondi. Mi chinai ed estrassi dalla mia borsa, in pelle scolorita anch’essa per l’età, un contratto dove era scritto che tale casa editrice stipulava il contratto con me in arte Oxford Brouge.
La donna arrossì quasi mortificata, si scusò, sia per non avermi creduto, sia per il disturbo dei suoi due pargoli, e mi chiese se avessi potuto autografare il libro che stava leggendo, l’ultimo da me scritto, che si intitolava ” la vita vista dagli occhi della gente: riflessioni di giorni passati”.
Risposi che ne ero onorato. Fatto questo e continuando a chiacchierare e facendo sorridere anche i due pargoli, le dissi che ora era giunto il momento per me di rientrare a casa, ci salutammo, e le promisi che avrei scritto il mio prossimo racconto su di lei, e sui suoi adorabili figli. Le scese una lacrima di commozione sul viso che nonostante la giovane età, mostrava ai miei occhi i segni del cuore e del dolore che aveva passato.
Si allontanò e i suoi due figli, tenuti da lei per mano, continuavano a salutarmi con la manina libera sorridendomi.
Il sunset era arrivato, di un colore rosso fuoco, che faceva dell’orizzonte un quadro bellissimo. Presi le mie cose e mi incamminai verso casa. Pensai ai vecchi tempi passati, ai tempi moderni. Pochi erano i bambini come loro a non avere ancora il cellulare o gadget elettronici per giocare. E pochi al giorno d’oggi avrebbero avuto il coraggio di parlare con uno sconosciuto di persona, perché abituati ai social. E sorrisi, pensando che esistono ancora persone che danno più valori a libri e ad insegnare giochi ormai dimenticati, piuttosto che passare tempo sui social ed imbottire i figli con elettronica per non essere disturbati.

Scritto da Oxford Brogue 26 settembre 2016

INCONTRI INASPETTATI
South Beach al tramonto

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AMARE di Oxford Brogue

AMARE di Oxford Brogue

AMARE di Oxford Brogue

20 settembre 2016

 

Amare non è un verbo, non è una parola o un qualcosa che si dice tanto per voler dire qualcosa.

Amare è l’elevazione all’ennesima potenza del calore del cuore, del rumore dell’anima, delle grida di gioia del nostro corpo.

Amare vuol dire sentire la musica che emette il cuore della persona da noi amata, vuol dire ubriacarsi del suon della sua voce, vuol dire avere gli occhi lucidi di gioia.

Amare non è il regalo, amare non è il dire “ti amo”, amare non è andare a cena nel locale più bello del mondo.

Amare è la carezza inaspettata, l’essere presente, il richiamare quando si viene chiamati e si è magari in quel momento impegnati o non raggiungibili.

Amare è il gesto improvviso, è l’avere sempre il pensiero rivolto a chi si ama veramente.

Amare è sentirne la mancanza, come se mancasse l’aria per respirare.

Amare è vivere per la persona amata. Si perchè quando ami, ed ami veramente, nulla ti può distogliere dal suo pensiero; quando si ama si cerca di trovare sempre una soluzione per tutto, si cerca di capire le varie esigenze, trovare sempre le risposte giuste.

Amare non è lasciare chi si ama per uscire con gli amici o le amiche; amare non è solo condividere le gioie, ma anche i dolori.

Amare è anche gelosia. Il non provare gelosia allora vuol dire che non si ama veramente, ma che si stà sfruttando il momento. Gelosia, parola difficile da spiegare ma enormemente importante. Non si è gelosi nel vedere la persona amata circondata da gente che le fa la corte e prova a flirtare? Non si è gelosi se la persona che amiamo va ad una cena di lavoro? Spesso si, senza elencare altri eventi, ma la gelosia fa parte del gioco, come la fiducia ed il rispetto. Ma a volte anche la troppa fiducia a volte ci uccide…..

Ma ciò nonostante, nonostante tutto, si ama, si ama perchè sentiamo quel legame forte che ci fa stare bene con chi amiamo. E non vediamo l’ora di essere nuovamente assieme per quegli sguardi intensi, che vedo anche negli occhi di chi dopo 50 anni di matrimonio si tiene ancora per mano, si bacia ancora, si coccola ancora. Tutte le specie conosciute amano.

Se  Amare è una disgrazia, che Dio me la continui a dare, perchè ogni cicatrice che ho nel cuore lo rende il ancora più forte. Non lo rende chiuso, ma gli insegna come amare e chi.

Amare è bello e fino a quando ho un soffio di respiro nell’anima, non smetterò mai di farlo, perchè non si ama solo la persona che abbiamo nel cuore, ma si amano i propri figli, i propri genitori, coloro che sappiamo essere veri ed insindacabilmente unici.

20 settembre 2016

scritto da Oxford Brogue

AMARE di Oxford Brogue

 

Immagine in evidenza:  Amore Psiche stanti , scultura di Antonio Canova realizzata fra il 1796 e il 1800

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L’AMORE PER OXFORD BROGUE

L'AMORE PER OXFORD BROGUE

L’AMORE PER OXFORD BROGUE

Ci sono momenti in cui ci si ferma a pensare.  E spesso il pensare fa fare scelte, giuste o sbagliate che siano, ma sono scelte.  Scelte di vita quotidiana, di cambiamenti e di molto altro ancora.

Ci si chiede se quello che si è fatto è stato giusto o sbagliato.  Se siamo innamorati della persona giusta oppure no, se ci si debba fidare oppure si deve vivere con paure ed incertezze.  Se la scelta di vivere in un determinato posto rispetto ad un altro possa essere giusto.

Ciò che è giusto o sbagliato lo possiamo sapere solo con il tempo, prezioso e non rimborsabile certamente, ma solo così si può scoprire se la strada presa ci porta alla destinazione giusta.

A 20 anni si fanno follie, spesso senza ragionare, a 40 dopo aver affrontato periodi di vita che ci hanno insegnato si vive con incertezze e paure, a 60 si ha più saggezza, ma comunque questo non impedisce di fare errori. A 80 anni, quando la vita ti ha regalato gli anni migliori, ti guardi allo specchio con i segni del tempo sul viso, con gli occhi di chi ha visto ciò che la sua strada gli ha fatto conoscere, sai che le scelte fatte ti hanno portato a dove sei, in ricchezza od in povertà, in serenità oppure in tristezza, ma comunque sai che hai vissuto.

Le scelte del lavoro sono difficili, come quelle del cuore.  Rifiuti offerte per sperare in qualcosa di meglio;  trovi la cosa giusta e ti accorgi dopo un po’ che non ti soddisfa.

Al cuore non si comanda, questo è vero, ma se ami qualcuno e lo senti dentro, nella tua anima e nel profondo del cuore, affronti tutte le burrasche e tempeste pur di tenerti vicino chi ami.  Ci saranno momenti bui, ma ci saranno anche tanti momenti di sole. Perché dopo la tempesta arriva sempre il sole, a scaldare e ad asciugare tutto.  L’amore non è un interruttore che accendi e spegni a piacimento.

O si ama o non si ama.

Illudere è un’eresia perché poi tutto ci si ritorce contro.  Amare non è semplice, richiede cuore e forza d’animo, sacrificio e tempo, attese e comprensioni.  Così anche nel lavoro, accettare ciò che capita a volte non va bene, ma magari l’offerta iniziale porta poi con il tempo a raggiungere un obbiettivo migliore, facendoci capire che il tempo speso non è stato inutile. A volte capita di dare il tempo senza poi arrivare dove vogliamo, e allora si cambia.

In amore non si inizia un rapporto al massimo, perché un rapporto va coltivato e va cresciuto giorno per giorno, stando vicini più che si può, lavoro e tempo permettendo; ogni giorno va coltivato, come una bella pianta, cimando e potando ciò che non va, trovando la quasi perfezione nella crescita, curandosi con amore reciproco, perché meglio curi e tieni una pianta, più questa risplende rigogliosa e se fiorisce ci regala fiori stupendi e pieni di gioia.

Così, sia per l’uomo che per la donna, ci si deve prendere cura l’uno dell’altro, perché per quanto una persona possa essere forte e grande, può sempre avere bisogno di attenzioni, di carezze, di abbracci e di baci.  Un abbraccio dato con tutto l’amore che abbiamo è la medicina migliore.

Le difficoltà mettono alla prova i nervi, le persone, portandoci a litigare, ma da adulti si trova sempre la soluzione ai problemi.  Si, perché non esistono storie malate, esistono storie in cui si cresce assieme fino a trovare il giusto regime di vita, avendo anche un po’ di speranza, avendo sicuramente paure a causa di ciò che abbiamo avuto nel passato, dandoci spesso incertezze e poca fiducia reciproca, ma affrontando assieme i problemi si cerca sempre di trovare la soluzione, se si ama veramente così vanno le cose.

Le lacrime servono per sfogarci, per far capire quanto teniamo a qualcuno, per dolore o per gioia, perché comunque sia escono dal cuore e dall’anima per come ci sentiamo in un determinato momento.

Ed è proprio quando ci scendono le lacrime che vorremmo avere quell’abbraccio, quello forte, quello seguito dalle parole “non ti preoccupare amore mio, io sono qui con te e affronteremo i problemi assieme, sempre”.   A volte non abbiamo chi amiamo vicino, in quel preciso momento, ma lo pensiamo e il suo pensiero ci aiuta a ritrovare la serenità.

E di notte quando magari si è soli perché chi amiamo è in un altro posto, in un’altra città, ci prendono i momenti di sconforto, di paure, di tristezza, di insicurezza, di sfiducia, di incognite.  Ma son solo pensieri dati dal momento in cui siamo della nostra vita; il pensare al passato e di chi abbiamo avuto, che magari ci ha fatto soffrire o ci ha fatto del male; e questi pensieri spesso ci impediscono di dormire, e magari mandiamo un messaggio grazie alle moderne tecnologie a chi amiamo dicendogli che ci manca. E poi ci si addormenta con una lacrima che si posa sul cuscino.

E la mattina al risveglio la prima persona a cui pensiamo è chi abbiamo nel cuore. E ringraziamo Dio di averci dato un altro giorno da poter vivere e di poter stare accanto a chi amiamo.

L’amore è un sentimento con valori forti; c’è chi ci gioca, ma esistono nel mondo persone, uomini e donne, che hanno nel loro cuore i veri valori dell’amore, senza tradimenti e con tanto rispetto.  E le male lingue che screditano o malignano è perché sono invidiose di ciò che ognuno di noi sta vivendo

Le malignità sono le stesse anche sul lavoro, quando hai colleghi o titolari che insinuano su di noi screditandoci, ma sta a noi dimostrare a tutti il contrario, anche se nel nostro cuore sappiamo già quanto valiamo.

E soprattutto gli incontri non accadono a caso nella vita, e non esistono i momenti sbagliati, ma esiste avere un briciolo di fiducia su chi incontriamo e su cosa ci trasmette.

L’amicizia con persone che ho conosciuto è nata per caso, ed è nata grazie a sensazioni e su fiducia.

La vita ci riserva sempre qualcosa di nuovo, da affiancare alle gioie che stiamo in qualche modo vivendo, per essere sempre più sereni e felici.

Quindi teniamo i rapporti accesi, vivendoli giorno per giorno, cercando di risolvere i problemi assieme, per trovare finalmente la serenità; e se con i giorni che passano ci accorgessimo che l’intesa non arriva al 100%, allora comunque non avremo rimpianti di non averci provato con tutto noi stessi.

 

Scritto da Oxford Brogue 22 agosto 2016

 

 

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ANCORA OGGI TI VIVO da “Il cuore in ombra” di Manuela Spanu

da "Il cuore in ombra" poesie di Manuela Spanu

ANCORA OGGI TI VIVO

da “Il cuore in ombra” poesie di Manuela Spanu

GIUGNO 2016

 

Ancora oggi ti vivo
in incantati giorni,
quelli chiari a primavera
con la luce subito violenta
che sorge dal mare fino al monte.

La porta del vento a maestrale
rimuove dal corbezzolo
sculture di ginepro,
un sintomo d’amore
di quanto ti sognavo
più bella di com’eri.

L’esilio di città matrigna
ingoiato per diventare grande.
lascia in bocca
il gusto dolce-amaro
di mandorle schiacciate
sotto il grande ulivo.

Piedi scalzi di bambina
corrono tra pietre
di muri cotti al sole,
triste mio fratello
conserva nei calzoni
frammenti di terra,
spiccioli da spendere in un anno intero.

Dai panni non si lava
la nostalgia di te,
quando estati troppo brevi
senza pioggia sulla terra ancora greve,
ci lasciano affamati
e in tasca fazzoletti stropicciati
con l’odore d’autunno solo immaginato….

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IL CAVALIERE

IL CAVALIERE

 

……E mi inginocchiai, genuflesso, con le lacrime che piano piano scendevano dagli occhi sulla barba incolta da tempo, pregando per professione di fede…… Era una giornata come tante altre, battaglie, spade, scudi, cavalli, amici morti, feriti, compagni fraterni.

Ero stanco di tutto, delle perdite, delle vittorie, delle sconfitte.

Ero stanco di lacrime versate per chi non c’era più, per la lontananza dalla patria.

Presi una decisione, me ne andai, rinunciando a tutto.

Vagai per giorni, per settimane, mangiando ciò che capitava, dormendo sotto coperte di stelle. Il mio fido destriero sempre accanto, bello, forte, nero, un vero selvaggio ma con me fratello. Vagai ancora fino a quando arrivai in un paesino, semplice, umile, con un buon profumo di genuino.

Uno sguardo.

La notai subito.

Mi innamorai.

La corteggiai, ci innamorammo. Demmo luce ad una nuova vita. Imparai a coltivare la terra, i buoni frutti che Dio ci aveva concesso.

Poi un giorno la disfatta.

Una nuvola di polvere.

Invasori.

Un’altra lotta.

Salvai tante persone. Ma non riuscii a salvare chi di più prezioso avevo. Morta per salvare una vita che ancora doveva assaporare la vita vera Il mio dolore.

Fiamme negli occhi.

Energia nell’anima.

Uccisi, uccisi continuamente. Ma nulla mi riportò in vita colei che amavo.

Finita la battaglia, con ancora altri amici fraterni persi, con il nemico che scappava visto l’impossibilità di vincere, lasciai cadere la mia spada insanguinata, corsi come il vento fino al suo corpo. Cercai di sorreggerla, poche parole.

Ti amo.

Abbi cura di lui.

Un sospiro.

Poi il nulla.

La morte.

Piansi, piansi tanto. Poi cercai mio figlio. Piangeva. Spaventato. Incapace di capire ciò che era successo. Lo fissai negli occhi. Gli guardai dentro il cuore. Lui vide il calore del mio. Seppellì la mia dolce sposa. Una croce fatta con il legno dei rami di un albero secolare. Intagliati con l’arte di un mastro legnaio.

E mi inginocchiai, genuflesso, con le lacrime che piano piano scendevano dagli occhi sulla barba incolta da tempo, pregando per professione di fede…

Mio figlio poi in un lampo crebbe. Forte e sicuro. Determinato. Gli insegnai i valori della vita. Ciò che conoscevo. L’arte della difesa e del combattimento.

Divenne uomo.

Incontrò la donna della sua vita. Si sposò. A quel punto lo salutai, lo abbracciai, gli dissi di far tesoro di ciò che gli insegnai, i veri valori di un cavaliere. Uno degli ultimi a rispettare ed onorare la croce e la fede. La stessa fede che ci ha portato fino ad oggi.

Lui con le lacrime mi salutò.

Salii sul mio fedele destriero, anche lui con molte lune sulle spalle, ma vigoroso come un tempo, presi alcune cose e poi, con gioia di vedere una famiglia felice, e la tristezza di lasciarlo, salutai e iniziai un nuovo cammino.

Sessantacinque anni, forte come un ventenne, segnato dalla vita, dai dolori e dalle gioie, ma determinato nel mio cammino di fede. La mia casacca con croce divina e la mia spada con la benedizione di Dio. Nuove storie da vivere. Nuove emozioni.

Fino a quando dal cielo non mi chiameranno per combattere la battaglia più importante. Quella del bene contro il male. Ma anche quando me ne andrò da questa terra, il mio spirito proteggerà coloro che amo.

luglio 2016 Oxford Brogue

 

Pisanello 1436-1438 Cavallo e cavaliere, dettaglio di San Giorgio e La Principessa Cappella Pellegrini a Verona

 

dettaglio

Pisaniello – San Giorgio e La principessa

IL CAVALIERE

 

 

QUELLI DEL BRONX , GLI ANALFABETI DELL’AMORE

QUELLI DEL BRONX , GLI ANALFABETI DELL’AMORE

QUELLI DEL BRONX , GLI ANALFABETI DELL’AMORE

Manuela Spanu luglio 2016

CIASCUNO DI NOI E’ IN VERITA’ UN’IMMAGINE DEL GRANDE GABBIANO, UN’INFINITA IDEA DI LIBERTA’, SENZA LIMITI….    (Da il Gabbiano Jonathan Livingston)

 

 Sofia è una giovane donna, una creatura scelta dalle stelle per essere inqueta ed ingombrante.

Sua mamma che parlava solo per proverbi le ripeteva sempre:   ”Se ci si ricorda da dove si viene, si  può vedere dove si è arrivati…”

Lei scelse di dimenticare e di partorirsi una seconda volta..

Scelse di non ricordare, perché quando si arrivava dal bronx spesso ci si portava addosso un’impronta, una cicatrice, un segno di riconoscimento.

Nel bronx non arrivava neanche il sole e il tempo sembrava cristallizzato, un orologio fermo a cui non bastava cambiare la batteria, ma il dolore e la vita come si alternavano lì non succedeva altrove.

Sofia dal ghetto osservava…

Come primitivi la mattina li vedeva uscire per andare a caccia, le femmine della specie attendevano la sera destreggiandosi coi cuccioli, un po’ lasciati liberi, un po’ costretti nelle “gabbie” domestiche. Il capofamiglia a cena si sedeva accanto all’indifferenza e come un ospite la notte si buttava nell’oblio per giustificare la sua assenza, questo filtrava dalle mura senza confini, ogni destino si mischiava, le intimità erano violate e si confondeva l’inizio di un dolore con la fine di una gioia.

Sofia spiava….

Poi c’era la domenica, dove un vassoio di paste riempiva gli occhi e il cuore di una bambina che sognava altro, Sofia sapeva che l’ergastolo le era stato condonato, doveva solo aprire la porta e tradire il cielo…

E ci si ritrova Qui, Qui ed Ora… Altrove e dappertutto, esplosione di emozioni come se sentite tutte assieme.

Attraversando la bolgia Sofia ha compreso la calma, assaporando la solitudine ha raggiunto la libertà, a testa alta senza quella inutile e pericolosa umiltà ora vola, planando… E l’aria non è più di frasi fatte , ma è l’eco di ali di gabbiano…

Come un’analfabeta dell’amore e della vita, ogni giorno Sofia se ne inventa una, con le mani nella creta si ridisegna il volto e si veste di una nuova possibilità.

luglio 2016 Manuela Spanu  e la sua pagina FB

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IL TESTAMENTO DI UNA MADRE IMPERFETTA

IL TESTAMENTO DI UNA MADRE IMPERFETTA

IL TESTAMENTO DI UNA MADRE IMPERFETTA

Manuela Spanu luglio 2016

Cosa vorrei che mia figlia sapesse di me…
Nel 1977 sono scomparsi due grandi personaggi, Charlie Chaplin e Jacques Prèvert, ma per compensare la perdita sono nata io, anzi sono rinata. Ebbene si, il mio parto non fu come tutti gli altri, dai racconti di mia mamma (come nel film “The big Fish) io e lei abbiamo lottato tra la vita e la morte, uscendone vincenti, insomma ho fatto capire al mondo di che pasta ero fatta sin dai primi gemiti…
Ma non ti racconterò della mia infanzia, ricordo bene la tua che ho rivissuto come una bambina, alla tua stessa altezza, era bello guardare il mondo da lì… Allora di cosa voglio parlarti?

Di me, di come sono stata, perché agli occhi dei figli non siamo mai reali, sempre costruiti, sempre nel ruolo.

Cm 1,56 sono bastati a fare di me una “grande” donna, spesso disperata, mi strappavo i capelli in continuazione, anche se poi ho capito che lo facevo perché ne avevo troppi, lo avessi saputo prima.. Malinconica, nata triste, tristemente felice, affascinante e affascinata, schizofrenica sentimentale, così mi definiva il tuo papà che nonostante la sua “miopia” ha trascorso la sua vita fiero e sicuro di avermi compresa e “vista” fino in fondo, non diciamoglielo che si sbagliava…
Ho vissuto immersa nei miei non lo so, ogni mattina lo sbadiglio era fatto di dubbi, il caffè sapeva di incertezze e i biscotti si inzuppavano di finte scelte definitive che poi ribaltavo al terzo frollino…
Giocoliera di parole, con uno spiccato carisma che trascinava spesso i personaggi più derelitti ammaliati dalla mia finta sapienza, quante volte ho dovuto fingere di essere intelligente.. poi me ne sono convinta.

La follia mi ha accompagnato a lungo, e non sai quanto mi è stata utile, da nemica si è trasformata nel mio più grande maestro e senza di lei non avrei incasinato la mia esistenza, dal caos sei nata anche tu..
Vorrei che attraverso queste parole tu possa conoscermi come persona e non solo come mamma, prima di essere genitori siamo persone, ogni tanto lo dimentichiamo.

Piccola mia, non voglio consigliarti nulla, se non dirti di lasciarti trasportare dalla vita, sogna e resta sempre un po’ bambina, gioca, pasticcia, non cambiare la tua natura, ma cambia continuamente idea, ricordami e dimenticami allo stesso tempo, fino a lasciarmi andare….
La tua mamma

luglio 2016 Manuela Spanu 

Foto elaborate da Joy Hope Rule©

IL TESTAMENTO DI UNA MADRE IMPERFETTA

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ANNUNCI SULLE BACHECHE DELLE PARROCCHIE…..TUTTI VERI

ANNUNCI SULLE BACHECHE DELLE PARROCCHIE.....TUTTI VERI

ANNUNCI SULLE BACHECHE DELLE PARROCCHIE…..TUTTI VERI

Facciamoci 2 risate????  educazione linguistica

ANNUNCI SULLE BACHECHE DELLE PARROCCHIE.....TUTTI VERI

1-Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

2-Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio.

3-Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce Giovedì sera alle 7. Per cortesia usate le porte sul retro.

4-Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio presenteranno l'”Amleto” di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

5-Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! E’ un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

6-Tema della catechesi di oggi: “Gesù cammina sulle acque”.Catechesi di domani: “In cerca di Gesù”.

7-Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

8-Ricordate nella preghiera tutti quanti sono stanchi e sfiduciati della nostra Parrocchia

9-Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

10-Il costo per la partecipazione al convegno su “preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

11-Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

12-Il parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco, e voltandosi accenderà uno a uno tutti i fedeli della prima fila.

ANNUNCI SULLE BACHECHE DELLE PARROCCHIE.....TUTTI VERI
13-Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.

 

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