#OxfordBrogue
THANK YOU!!! 10K VIEWS
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Un grazie al Team di 50anni&round che ha lavorato assiduamente per ottenere questo risultato in poco meno di 3 mesi.
Un grazie ai vecchi amici che, fin da subito, hanno iniziato a seguirci e ai nuovi che ci hanno letto.
Un grazie speciale a Jacopo e Veronica che sono stati, ancor prima d’iniziare, veri e propri “followers”.
Ancora grazie a Susy Grossi che ogni settimana puntualmente ci regala gli astri con descrizioni delicate, graziose, a volte severe, ma sempre, con grandissima passione.
Grazie a Michelle Kling che ci trasmette il suo charm, la sua classe, la sua profonda eleganza nei modi e gentilezza negli scritti e negli argomenti trattati.
Grazie anche a chi ha voluto scrivere un racconto arricchendo i contenuti del blog.
Ed infine grazie a me e alla mia forza di volontà di crederci, pur iniziando senza sapere nulla di come si gestisce un blog e di coordinare e fare la regia di tutto.
Siamo tutti molto contenti……adesso dobbiamo crescere e migliorare!
ANGELI NEL CUORE
ANGELI NEL CUORE
Nel cammino della vita si incontrano tante persone, ed alcune ci lasciano segni, ricordi, momenti, che non si cancelleranno mai. Ogni persona che incontriamo ci può insegnare qualcosa, può farci cambiare in qualcosa, può lasciare in noi parte di se’.
Era una giornata come tante altre; stavo camminando su Pearl Street in Manhattan, e mi stavo dirigendo verso il Brooklyn Banks Skatepark per vedere le affascinanti acrobazie dei giovani con i loro Skate.
Era un pomeriggio caldo di una classica giornata estiva Newyorkese. John, l’uomo degli Hot Dog, conosciuto anni fa, era al suo posto come al solito, in tutte le stagioni, mi salutò ed io mi presi una limonata fresca. Proseguendo e arrivai alla pista da Skate. La gente era sempre numerosa, di tutte le età ed etnie, unite e non in lotta, ammiravano le varie band, che si sfidavano in maniera educata e civile sul circuito.
Cercai un posto su una delle tante panchine improvvisate. Vidi uno spazio libero. La panchina era già impegnata. Vidi una donna, vestita sportiva ma in modo elegante, non vistoso, con lei due giovani, presumo suoi figli, un ragazzo ed una ragazza. Mi avvicinai e togliendomi gli occhiali da sole che mi proteggevano gli occhi stanchi delle tante albe, chiesi gentilmente e con tono garbato se potevo accomodarmi accanto a loro. La signora in modo grazioso e sorridente annuì.
Mi presentai – salve sono Patrick Hallison, di Manhattan, abito in Broad Street, vicino a Wall street, e vengo qui quasi tutti i giorni a vedere questi fantastici giovani; ma voi, madame, non vi ho mai visto qui. Nemmeno i suoi figli.
La donna, togliendosi il bellissimo cappello da sole che portava, fece cadere alla lieve brezza di vento che si era in quel momento alzata, i suoi capelli, che brillarono, e mi guardò. Il suo sguardo, anche se sul viso era presente un sorriso stellare di una donna di altri tempi, lasciava capire che aveva una sofferenza nel cuore, portata con dignità e peso nello stesso tempo, con rabbia e dolore, con speranza e fiducia. Si presentò – buon giorno sig. Patrick felice della sua conoscenza. Mi chiamo Madeline Mason, e questi sono i miei respiri di vita, mio figlio Kevin di 19 anni e mia figlia Kaitlyn di 23.
I due giovani mi salutarono e dopo una breve chiacchierata in cui mi diceva che si erano appena trasferiti, lei con i figli, per lasciare alle spalle un passato che aveva creato dei problemi, andai avanti a guardare gli Skater. All’improvviso vidi il giovane Kevin alzarsi, prendere il suo zaino, togliersi le scarpe e metterne un paio molto più tecniche e sportive delle precedenti; tirò fuori dalla sacca uno Skateboard fantastico, dai colori indescrivibili da quanto belli e da disegni molto accattivanti. Ruote in un materiale speciale, diverso da quello degli altri. Disse – mamma io vado – e dopo essersi messo le cuffie ed aver inserito il jack nel suo Ipod, salì sul suo skateboard e andò in pista.
Io rimasi un po’ stupito in quanto non mi aspettavo questo, e lo osservai accuratamente. Seguii ogni sua peripezia acrobatica, qualcosa di mai visto. Pian piano anche le persone delle varie Crew presenti iniziarono a notare il ragazzo. Io guardai il suo viso intanto che volava, si perché non posso dire che usasse lo skate per “Skettare”, ma lo usava per volare a pelo d’aria sulla pista; era un viso sorridente ma assorto in mille pensieri, e guardando i suoi occhi vidi una determinazione, una rabbia placata a suo modo da una sensazione di benessere angelico che lo conteneva.

Anche dalle espressioni del volto capii che comunque lui come la madre aveva nell’anima un dolore causato da qualcosa, probabilmente la stessa cosa che avevano lasciato nell’altra città.
Pian piano si guadagnò la pista, perché gli altri ragazzi si iniziarono a fermare in sequenza, confabulavano tra di loro chiedendosi se qualcuno conosceva quel “BIANCO” e se qualcuno sapesse chi fosse quel ciclone. Le sue evoluzioni continuavano a diventare sempre più difficili, complete, perfette, con giravolte, avvitamenti loop di 360°, appoggi con le mani mai visti.
E quando si fermò, guardando la madre per cercare il suo sguardo, sguardo pieno di amore reciproco e di gioia per avere la propria libertà, quasi tutti i ragazzi gli andarono incontro congratulandosi e cercando di farlo entrare nelle proprie crew della pista.
Osservai poi la sorella, Kaitlyn, Ragazza che sul viso portava segni di dolore, segni di solitudine interna e di difficoltà.
In quel momento si udì della musica stile Hip-Hop misto a breakdance provenire dalle nostre spalle e, intanto che i ragazzi andavano avanti a chiacchierare e a scambiarsi idee sulle acrobazie mimando con il corpo le braccia e le mani i salti, noi della panchina ci girammo per vedere chi era a creare questo concerto moderno.
Erano degli altri giovani che si esibivano in danze sfrenate che al solo pensiero mi creavano dolori alla povera schiena.
Kaitlyn si alzò, chiese alla madre il permesso di andare a vedere e, con il suo consenso corse verso il gruppo di persone.
Anche io e la madre ci alzammo, incuriositi in quanto di solito non vi era nessuno a fare show.
Arrivati alla posizione vedemmo giovani vestini in maniera cangiante e variopinta danzare magnificamente. La ragazza, Kaitlyn, iniziò a sentire dentro di se il ritmo, muovendosi a tempo. Vidi comunque che era molto magra, ma nei suoi occhi vedevo la gioia, una gioia data dalla felicità di vivere, di assaporare la vita, come se avesse visto già la morte e fosse cosciente che i momenti della nostra esistenza devono essere assaporati sempre con gioia. Si mise a ballare assieme agli altri giovani, anche lei con maestria estrema, al pari del fratello, ma su un campo completamente diverso; vidi una figura ombra di lei stessa, come se avesse un aura che si espandeva al di fuori di lei. Vidi una seconda persona, vidi dentro di me, guardandole fisso gli occhi, come lei era; bellissima, paragonabile ad una delle dee greche più belle, ad Athena, con capelli dal profumo dei fiori dei campi estivi più belli e setosi come i petali delle rose.
Capii allora che questa famiglia, in armonia tra di loro, si aiutava a vicenda e che, la donna, la madre, Madeline, era colei che sopportava le fatiche più grandi, che si faceva carico dei dolori dei figli, dei problemi, ma che per lei erano l’unica ragione di vita, il fuoco che alimentava la sua anima, l’amore che la rendeva forte.
Il sole stava per iniziare a calare ed io, purtroppo, dovevo rientrare. Salutai Madeline, sua figlia Kaitlyn, e dissi loro di salutare il giovane guerriero Kevin. E chiesi se sarebbero ritornati; la donna guardò la figlia e in modo sottile disse che sicuramente sarebbero tornati perché questo permetteva loro di sentirsi vivi e liberi dai pensieri.
Ringraziando ripresi i miei occhiali dalla tasca della camicia, li misi e mi incamminai sulla strada di casa, allontanandomi felice di aver conosciuto persone che, nonostante tutto, sorridono alla vita.
Oxford Brogue
RICORDO ANCORA QUEL GIORNO IN CUI LA MIA VITA E’ CAMBIATA.
RICORDO ANCORA QUEL GIORNO IN CUI LA MIA VITA E’ CAMBIATA.
Come sempre uscivo di casa presto per andare al lavoro, ricordo che quello era un dicembre freddo, tanta nebbia, ed a sprazzi anche neve. Io ero soltanto un commerciante che aveva una libreria vecchia come il tempo, tramandata da generazioni; io la ereditai da mio padre, e lui prima di me dal suo, e così per circa nove generazioni. Avevamo libri il cui valore era la polvere che li ricopriva. La sera si rientrava sempre tardi, non prima delle 22. E la mia cara e dolce moglie, i miei due figli, il cane ed il gatto, mi accoglievano con calore come si fa con una persona che si ama.
Mancavano due giorni al Natale, lo ricordo bene perché Josephine, mia moglie, mi ricordò che dovevo passare a ritirare il tacchino da preparare, altrimenti saremmo rimasti sprovvisti. Quel giorno nel negozio accadde una cosa strana. A metà tarda del pomeriggio sentii aprire la porta, la campanella appesa suonò, ma in modo più armonioso del solito, non con quell’acuto scampanellio che in genere si sente. Mi girai in quanto ero di schiena all’ingresso e vidi un signore distinto, barbuto, con degli occhiali che facevano capire di aver visto tantissime albe e tramonti; pensai potesse avere all’incirca settant’anni. Robusto ma non grasso, un robusto di quelli tonici. Vestito in stile lord inglese, con addirittura i calzettoni sopra ai pantaloni come non vedevo da anni, ed uno strano berretto con il ponpon al centro. Elegantemente eccentrico. Aveva con se un cofanetto in legno molto bello, oserei dire di gran valore. Si avvicinò al bancone e con voce calda e rasserenante mi salutò.
“Buona sera mio caro amico, mi chiamo Tasan Lusac, e vengo da molto lontano; mi hanno detto che questa è la più antica e storica libreria della città.”
Io guardandolo ancora un po’ sorpreso per l’abbigliamento risposi ” Salve egregio sig. Lusac, io sono Charles Webson, proprietario di questa antica e storica libreria passata da generazioni in generazioni. E lei è proprio nel posto giusto”.
Dopo uno scambio di convenevoli e di spiegazioni sulla mia attività e su ciò che il magazzino contieneva, Lusac mi disse che voleva donare un libro antico, quasi magico, che poteva infondere gioia a chi lo avesse iniziato a leggere e, che chi sarebbe stato interessato ad intraprendere la semplice lettura, non avrebbe potuto fare a meno di continuare immergendosi in un mondo meraviglioso.
Stupito, presi in mano il cofanetto in legno intagliato con disegni fantastici che sembravano raccontare una storia, lo aprii, e dentro vidi una copertina stupenda, di una lucentezza fantastica, la quale trasmetteva ai miei occhi un “Magico” interesse. Lo presi in mano ed anche in quel frangente sentii un calore strano che stava irrorando tutto il mio corpo. Guardai il sig. Lusac e gli chiesi quanto volesse realizzare per il libro, e lui mi disse “Niente, niente caro Charles, so che ne farai buon uso, e che un giorno saprai come ricompensarmi per questo; ora, amico mio conosciuto da sempre ti devo salutare in quanto il mio tempo sta per finire.” E si allontanò facendo una strana risata, che in quel momento seppur conosciuta non avevo capito e riconosciuto.
Incuriosito da questa strana vicenda, riposi il libro nella sua custodia e quando chiusi il negozio me lo portai a casa.
Finito di cenare, seduto sulla poltrona davanti al camino scoppiettante che dava un calore intenso, presi il libro e, i miei due figli, Cathrin di 12 anni e Joseph di 10, vedendo lo splendore della copertina, corsero verso di me e si affossarono ai lati chiedendomi di fargli leggere il libro. Io allora con voce impostata iniziai la lettura.
Dall’euforia in negozio non mi resi nemmeno conto del titolo riportato in scrittura dorata “White Christmas”.
Aprendo la copertina iniziando la prima pagina, tutto sembrava scritto a mano in corsivo come si usava nei tempi passati, su una carta di pergamena simile alla seta, con immagini quasi reali. La storia era ambientata al polo nord, e non riuscivo a fermarmi, catturato come per magia dalla lettura entusiasmante, così come i miei figli abbracciati a me pendevano dalle mie labbra per il bel racconto. Ad un certo punto, dopo circa una ventina di pagine, ci sentimmo tirare in un vortice e fummo dentro la storia, ci ritrovammo al Polo Nord, dove nessuno potrebbe crederci, ma eravamo davanti all’ingresso della casa di Babbo Natale.
Non riuscivo a smettere, continuai la lettura in quanto travolto da una sensazione di benessere, suoni di campanelle che non udivo da tantissimi anni. Entrammo nella casa, la quale era solo la porta per qualcosa di più grande, la fabbrica dei giochi di Babbo Natale. Elfi, folletti, personaggi strani, la Primavera, l’Autunno, L’inverno, l’Estate, padre tempo, madre natura, il coniglio pasquale…..e molti altri ancora. Ad un certo punto mi sentii chiamare. “Ben arrivato Charles, ti stavo aspettando” Mi girai assieme ai mie figli e vidi un uomo che mi ricordava qualcuno, ma aveva una barba bianca lunga ed una capigliatura altrettanto bianca e lunga, vestito di rosso con stivali neri lucenti. Era proprio Babbo Natale.
Stupito, senza parole, rimasi imbambolato come uno sciocco mentre i mie due fanciulli gli corsero incontro abbracciandolo alle gambe. Lui felice, li prese entrambi in braccio e gli chiese se volevano dei dolcetti, e a me chiese se volessi una cioccolata calda. Ormai in balia di tale benessere annuì. Passarono ore ed ore, senza però che il tempo trascorresse, e non ne capivo il modo.
Arrivammo successivamente camminando con Babbo Natale in un altro posto molto più magico, che mi fece veramente tornare bambino procurandomi lacrime di commozione: la rimessa con la slitta di Babbo Natale e le sue magnifiche Renne.
Ci raccontò che tutti coloro che avevano il cuore buono, l’animo gentile e si fossero sempre comportati bene, avrebbero sempre ricevuto qualche dono anche con il passare degli anni, perché il dono da bambini è un regalo che ci permette di giocare e crescere, ma man mano che il tempo passa e si diventa adulti, il regalo si trasforma in occasioni, in situazioni, in premi, in vita, che dobbiamo solo capire ed afferrare. Perché la gioia immensa della vita è già uno dei più bei regali che possiamo avere. A quel punto ci riportò con un battito di mani alla sua casa da dove eravamo entrati, ci regalò tre bellissime palline di natale con dentro la neve e salutandoci, ci ritrovammo come per magia sulla nostra poltrona, davanti al caminetto. E il libro era finito con una risata, quella risata che sentii il pomeriggio nella mia libreria fatta dal sig. Lusac.
I miei figli erano felici come non li avevo mai visti, e raccontarono la storia a Josephine, la quale inizialmente era incredula; vedendo poi le stupende sfere innevate di cristallo, e sentendo anche la mia storia e vedendo il mio viso così lucente, si commosse di gioia per quello che era accaduto.
Ebbi una illuminazione, presi un foglio di carta e scrissi il nome ed il cognome del distinto signore che mi diede il libro: Lusac Tasan, che anagrammandolo mi diede Claus Santa.
Tutto incredibilmente vero, strano, fantastico, ma vero.
Allora capii cosa dovevo fare con quel libro, regalarlo a chi non credeva più nel Natale, nel miracolo della vita, in qualcosa di bello che quando meno ce lo si aspetta accade.
E mi ripromisi di concederlo a chi ne avrebbe fatto buon uso, che lo avrebbe fatto girare tra le persone che ormai avevano perso ogni speranza nei miracoli. E così feci, donandolo a chi conosce meglio di tutti le persone della nostra città, il parroco della parrocchia principale della nostra grande città. Raggiunto la chiesa, lo feci chiamare e sul selciato lo incontrai; c’era buio e nebbia, lui ascoltò con gioia il mio racconto, e alzando gli occhi al cielo ringraziò i santi per questo dono, mi salutò ringraziandomi dicendo che ne avrebbe sicuramente fatto buon uso e io, con gioia e felicità, mi allontanai nella fitta nebbia che mi inghiottì, facendomi sparire all’orizzonte.
Oxford Brogue
RISPETTO
RISPETTO
Camminando per la città incrocio una molteplicità di persone, di varie etnie ed elevazione sociale. Chi litiga, chi sorride, chi piange, chi dorme per strada, tante figure. Poi al parco, mi siedo nella solita panchina, in legno, segnata dal tempo, dalle persone che vi si sono soffermate. Da chi romanticamente si è scambiato il primo bacio, da chi ha trovato in essa un perfetto letto, compagno della notte. E ascoltando il suono della natura e lo schiamazzo dei bambini che giocano felici, mi soffermo per qualche istante a vedere un giovane. 25 anni, sportivo, si deduce dalla sua fisionomia corporea, capelli ben tenuti, ben curato, che però si sta perdendo in gesta insulse: calpesta le aiuole fiorite con noncuranza, con scelleratezza, infischiandosene dei commenti sottovoce di chi assiste. Si avvicina, mi guarda, con occhi strani, forse pieni di avvenimenti di vita dolorosi. Si siede sulla panchina, e guarda con soddisfazione ed un ghigno, oserei dire, quasi sadico.
Mi giro a guardarlo meglio, e lui con un gesto della testa mossa verso l’alto mi dice : “ cosa vuoi? Hai dei problemi?”.
Io, con la calma data dal tempo e da insegnamenti della vita, gli sorrido e gli rispondo in maniera garbata, con voce stanca di sprecare fiato invano: “ Caro amico mio, ognuno attraversa momenti difficili nella vita. Affrontando dolori e pianti. Ma come mai tu sei così pieno di astio nel tuo modo di comportarti?”.
Lui stranito, o forse, smarrito per la mia risposta dolc, calda e profonda, scoppia in lacrime, come se avesse aspettato di trovare il momento giusto per svuotarsi e mi racconta che la sua donna non lo ama più, e che avrebbe voluto urlarle addosso o addirittura fare altro.
“Vedi ragazzo, la tua insicurezza nel dire forse non mi ama più non è una certezza” e “se ti pare cambiato qualcosa, forse hai agito con qualche azione che ha creato un distacco, magari le hai mancato di rispetto”.
“Vecchio, cosa ne sai tu di dolore e rispetto? Guardati. Sei solo e giri con un taccuino ed una biro”.
“Potrò essere anche solo qui al parco ma tu non puoi sapere che angelo mi aspetta a casa.
Tu dovresti capire alcune cose.
Hai mai pensato, per esempio, come mai certe mattine di primavera vedi la rugiada sull’erba? Non serve solo ad irrorare i prati con vita, in quanto l’acqua è vita, ma sotto ai primi raggi di sole crea un effetto di luccichii, giochi di luce e sfumature dei colori dell’arcobaleno, che creano meraviglia agli occhi di chi li guarda. Quando i peschi fioriscono, creano lo spazio per poter far nascere il frutto. Guarda quei due innocenti bambini, là in fondo, dietro all’altalena, si si, proprio quei due. Il bambino con la camicia colorata verde e la bambina con quel grazioso gonnellino scozzese.
Guardali.
Giocano, cadono, si aiutano a vicenda a rialzarsi, si danno un bacino sulla guancia, corrono felici.
E quella coppia? Guarda quei due adulti, come brillano gli occhi di lei quando guarda suo marito, e lui come si illumina quando lei lo guarda. Si rispettano amandosi.
Il rispetto è fondamentale per dare e ricevere amore.
Se tu non rispetti un fiore, che per te non ha importanza, se lo calpesti, se lo schiacci, se lo distruggi, come pensi di essere in grado di rispettare una donna, la tua compagna e magari futura moglie. Anche lei può, come te, avere avuto una giornata difficile, e se tu in quel momento inizi a discutere con lei, magari puoi avere la stessa reazione che hai avuto con i fiori.
Se non viene da dentro di noi la voglia, la forza, la gioia di poter continuare ad amare nonostante tutto, cercando di capire i problemi e risolverli, abbracciando l’altra nostra metà, dicendole – vedrai che tutto andrà bene – come puoi pretendere che l’amore rimanga acceso?
Chi ama deve dimostrarlo ogni giorno, non mancando di rispetto e oltraggiando, ma compiendo atti di cuore.”
Il giovane, incantato dalle mie parole, sbalordito da come gli ho espresso la mia opinione, mi risponde “ se mio padre fosse ancora vivo sarebbe orgoglioso della fortuna che ho avuto incontrando una persona come lei. Non ho mai pensato a ciò che mi ha spiegato con tanta dolcezza; con immagini che nella mente mi hanno dato le sensazioni che mi ha trasmesso; con riflessioni nel cuore che, altrimenti, non sarei mai riuscito ad avere da solo. Ho capito che le basi di un rapporto duraturo si devono insegnare fin da bambini, come lei mi ha mostrato con quelli laggiù dietro l’altalena, inculcando ed insegnando il vero valore del rispetto e dell’amore. Solo così una persona può dirsi adulta.
La ringrazio di cuore. Ora andrò a prendere un omaggio floreale per la persona che, nonostante le difficoltà, riempie il mio cuore tutto il giorno, e andrò a chiederle scusa per tutto ciò che posso aver fatto di sbagliato, e che se dovessi dire cose insensate o fare cose non giuste, di farmelo notare subito, perché il nostro amore è la soluzione per la nostra anima e per il nostro futuro.”
Felice di ciò che il giovane mi ha detto, gli ho sorriso, e lui di getto mi ha abbracciato come si abbraccia qualcuno che conosci da sempre e al quale vuoi bene. Felice si e’ messo a correre come un centometrista e si è dileguato all’orizzonte.
Ho preso il mio taccuino e annotato quello che era ancora nella mente: ognuno di noi non finisce mai nè di crescere nè di imparare, ma se si assimilano bene da bambini le basi del buon comportamento ed i valori del cuore, allora il resto diventa facile da capire ed il comportamento diventa un’arte, una musica che crea il vero amore.
Oxford Brogue
1/12/15
LE PERSONE
LE PERSONE
Genere altamente complesso.
Conoscere qualcuno completamente non è semplice anche perché è già difficile conoscere noi stessi.
Si può pensare o intuire qualcosa di qualcuno ma dire di conoscerlo completamente forse è un’eresia, un’utopia umana che parte dal nostro ego.
E poi il bello è che molti sono convinti completamente delle proprie asserzioni. Io stesso sbaglio quando mi chiedono, e dico:” si lo conosco”.
La conoscenza è un luogo infinito che non si riesce a colmare. Impossibile a mio giudizio dire di sapere tutto di qualcuno, che sia un familiare, un parente, un marito, una moglie, un compagno, una compagna, figli, amici.
Le filosofie di vita, di pensiero, di fede sono molto ampie e diverse che per impararle non basterebbero 10 vite.
E poi il brutto è quando si affrontano discussioni con persone per le quali il filologico è unilaterale, a senso unico, dove non esiste per loro la possibilità di sbagliare, in quanto si ritengono altamente superiori da sentirsi quasi onnipotenti, superstar, dove a loro tutto è dovuto, tutto lo si deve fare, e loro per gli altri non devono nemmeno pensarci.
“Gli altri” sono persone non alla loro altezza, che non capiscono le loro esigenze, loro devono stare sotto i riflettori e chi è con loro deve rimanere nell’ombra dell’oblio del nulla. Ma facendo così fanno poi allontanare tutti, a partire dagli amici salendo fino alle persone a loro più vicine.
Il cervello ha il ruolo più importante di tutti nel gestire le parole ed i suoni che fuoriescono dalla nostra laringe, dalla nostra bocca. La lingua è una delle armi più pungenti che l’Homo sapiens possa usare per provocar danno.
E i danni a volte sono irreparabili.
Or dunque la conoscenza di qualcuno a finir di frase è impossibile; l’unico che può dire veramente di conoscerci è Dio padre onnipotente, il quale giusto giudice di vita, crea le strade alle persone per come si sono comportate nelle varie fasi del loro cammino.
Scritto da
Oxford Brogue
29/11/15
QUANDO LA NOSTRA ANIMA E’ IN TEMPESTA
QUANDO LA NOSTRA ANIMA E’ IN TEMPESTA
La notte, spesso, quando la nostra anima è in tempesta, non si riesce a riposare. Le onde che si schiantano contro gli scogli come se volessero disintegrarli. La terra trema per il rumore. La foresta vibra dal boato del ritorno dell’onda nel mare.
I pensieri volano trasportati nel vento, fino alle stelle, cercando risposte guardando gli occhi tristi che mostra la luna sentendo il nostro dolore.
E poi un lampo.
Una scossa dal cielo al cuore. Una voce che dice- figlio, respira il sapore della vita, vivi il giorno con tutto il suo sole anche se piove. Impara a tenere il caldo anche se dentro fa freddo.
Ricorda.
Sei uomo figlio mio. E non devi temere nulla, perché la tempesta serve per poterti fare ricominciare guardando il giorno dopo l’alba di un nuovo e splendente giorno. –
Scritto da Oxford Brogue
29 novembre’15
TUTTO INIZIO’ TANTO TANTO TEMPO FA
TUTTO INIZIO’ TANTO TANTO TEMPO FA
Tutto iniziò tanto tanto tanto tempo fa, quando durante una notte tempestosa arrivarono a cavallo dei crociati alla nostra umile dimora a Tivoli, in mezzo alle campagne.
Io e mio fratello, forti e grandi, accogliemmo questi messaggeri. Provati dal tempo e dalle battaglie, chiesero a noi umili contadini, mostrandoci i sigilli papali, se saremmo voluti essere CROCIATI, combattere per la sacra madre chiesa nel nome di Dio per debellare il male che ci circondava. Annuimmo e, prese le poche cose di necessità, in quanto come campagnoli non avevamo ricchezze se non la nostra terra, sellammo i cavalli e partimmo alla volta di Roma. Arrivati al cospetto del Vaticano, davanti ai generali, prestammo giuramento. Di li a poco io e il mio giovane fratello, soltanto 20 enne, partimmo per la prima battaglia in terra santa.
Fu cruenta e dura. Amici conosciuti nel tempo caduti con valore, ed io e mio fratello sopravvissuti alle fauci del nemico, sconfiggendoli e mentendo le linee. Il nostro valore e la nostra intelligenza fu notata dal generale dei generali, e ci chiamò a sè durante un banchetto di una sera di mezza estate. Ci parlò e ci disse di volerci mettere a capo di validi soldati, di una delle compagnie del grande Roberto di Normandia, uno dei sei grandi comandanti che guideranno tutti gli uomini nella grande battaglia di ASCALONA. Felici ed entusiasti, senza pensiero, come due ragazzini, io e mio fratello accettammo. Uscendo dalla tenda del generale, ci mettemmo le braccia sulle spalle, uno di fronte all’altro, scuotendoci e gioendo della grande notizia. Il giorno dopo cavalcammo come due fulmini per raggiungere Roberto di Normandia al suo accampamento. Arrivati a destinazione, presentate le credenziali e le referenze, Roberto di Normandia sorrise a voce alta e brindò ai due nuovi comandanti.
Mi chiese il nome e l’età, e la stessa cosa lo fece a mio fratello. “Io sono Alessandro da Tivoli e ho 35 anni”. Mio fratello rispose “Io sono Filippo da Tivoli, ho 20 anni e sarò l’ombra di mio fratello”. Roberto di Normandia, sorpreso della nostra età, ci congedò e ci disse di presentarci all’alba.
La mattina successiva, assieme a tutti i comandanti, guardammo il piano della battaglia, e dopo vari consigli espressi da tutti, me compreso, ci dividemmo i compiti. Noi con la nostra piccola compagnia, appostati al centro, dentro al bosco, avremmo dovuto intervenire al segnale di Roberto di Normandia. Dopo circa 6 ore di marcia, arrivammo nelle nostre posizioni, prendemmo posto. Io guardai mio fratello, cresciuto quasi di un anno, valoroso come una tigre, e abbracciandolo gli dissi “Dio è stato generoso con noi, abbiamo vissuto fino ad oggi. Se lui vorrà ci lascerà ancora su questa terra per continuare a servirlo, ma se in paradiso fosse richiesta la nostra presenza, spero di saper essere un ottimo fratello come lo sono stato per te qui. Io comunque non ti perderò di vista sul campo e se fosse necessario sacrificherò la mia vita per te.”
Dal mio viso iniziarono a scendere alcune lacrime, un misto di gioia per aver vissuto tanto con mio fratello, e di dolore nel pensare che uno di noi due potesse non rivedere più l’altro. Mio fratello, con un sorriso angelico, mi guardò e con voce calda e rilassata mi disse “Non temere fratello, Dio qualsiasi cosa decida, lo decide per renderci grandi”. Io rimasi ammutolito e spiazzato, ma sentii un brivido caldo che mi attraversò il cuore arrivando all’anima.
Passarono altre due ore, e si fremeva e ci si innervosiva per l’attesa. Guardai i miei compagni, mai considerati come soldati ma come fratelli, guardai Filippo, gli misi bene l’armatura di maglia d’acciaio sulla testa e gli infilai l’elmo della tigre. Alzai lo sguardo al cielo, vidi una notte molto scura, e una goccia mi scese sulla guancia. Da li a breve iniziò a piovere. Il freddo non si sentiva in quanto l’adrenalina nel corpo era alta e non ci faceva provare le rigide temperature.
Vidi in lontananza dei bagliori. Erano frecce infuocate che il lato destro ed il lato sinistro scoccavano contro il misto esercito Egiziano- Etiope e contro il potente califfo Al Af dal Shaahan Shah, già incontrato dai crociati in altre battaglie. Roberto di Normandia arrivò e ordinò la carica. Come un branco di leoni e lupi ci scagliammo a spade elevate contro i fanti dell’opposta fazione. Non so dire quanti fendenti ho dato, ne quanti nemici ho ucciso; non so dire di quanti tagli avesse la mia pelle, di quanti colpi il mio corpo; ma so che durante quella battaglia successe qualcosa di irreparabile.
Non smettevo di guardare il mio giovane fratello, unica mia vita, e se lo vedevo in difficoltà, con forze e con la rabbia, mi facevo largo nella battaglia per andare al suo fianco a proteggerlo. Schiena contro schiena, come già altre volte era successo sui campi delle guerre. Ma ad un certo punto, udii un sibilo, quello di una potente freccia scoccata da un arco capace di uccidere da grande distanza, scagliata da chi ne aveva già scagliate a migliaia andando sempre a colpo sicuro. Cercai di capire da dove stava arrivando, e chi dovesse colpire, ma nonostante avessi una vista da lupo, con gli schizzi di fango sulla faccia che scendevano sugli occhi per la pioggia non riuscivo.
Ero terrorizzato, ed ecco un colpo, una spinta ed un grido.
Finii a terra, mi girai immediatamente e vidi quello che non avrei mai voluto vedere, ciò che un fratello non vorrebbe mai pensare. Mio fratello mi spinse e prese lui la freccia diritta nel cuore al mio posto, salvandomi la vita.
A quel punto il mio urlo di rabbia, di dolore, di tristezza si levò nell’aria, spaventando chi era vicino a me, amici e nemici. Balzai in piedi e corsi da Filippo. Lui mi guardò, mi sorrise, e mi disse ” vedi fratello mio, Dio ha voluto me e non te a comandare un esercito fatto di angeli. Tu adesso mi avrai sempre al tuo fianco e nessuno mi porterà mai via da te perchè nessuno potrà toglierti il mio ricordo dal cuore. Non essere triste per me, ma felice perchè andrò a compiere grandi cose in cielo. Ti voglio bene Alessandro. tu sei sempre stat……….” e mi sospirò tra le braccia. A quel punto lo adagiai nel fango, gli chiusi gli occhi e, accecato dalla bramosia di vendetta, assetato
del sangue dell’arciere, iniziai a volteggiare la mia spada, dalla lama ancora lucente nonostante il sangue dei morti.
Colpii continuamente i nemici, facendoli cadere come alberi abbattuti, con il mio scudo con l’aquila forgiata sopra, evitai almeno 10 frecce dell’uomo fino ad arrivare innanzi a lui. Lo guardai fisso negli occhi, e lui rise. E nella sua lingua per me incomprensibile disse parole continuando nella sua burlosa risata. Estrasse la sua spada, con fattezze diverse da quella degli altri soldati suoi amici, e si lanciò verso di me. Io non provavo più niente, non sentivo se qualcuno mi avesse ferito, non sentivo più la pioggia, non provavo più sensazioni, se non quella di vedere il sangue di colui che aveva ucciso parte della mia anima. La lotta fu cruenta e lunga, mi ferì più volte, ma non in modo mortale. Anche io lo ferì. E poi, durante un suo attimo di distrazione, avendo la mano forse guidata da Dio, inflissi il colpo decisivo. Lo vidi cadere, incredulo, tenendo con le mani la lama della mia spada. Spirò.
In quell’attimo esatto udii dietro di me delle urla ed esultanza. La battaglia in coincidenza era finita. I nemici si ritirarono. Avevamo vinto. Ma guardando il campo mi misi a piangere, per tutti i morti lasciati, i compagni, gli amici, e andai verso mio fratello. Lo presi in braccio e lo portai in parte, ove nessuno era presente. Pregai per lui, e piansi per diversi minuti.
Fui raggiunto da Roberto di Normandia, scese dal suo maestoso cavallo nero, si inginocchiò a fianco a me, pregò, e mi disse che mio fratello avrebbe avuto degna sepoltura. Lo ringraziai.
Il giorno dopo fu così.
Lo onorammo. e io rimasi solo, ma con lui sempre dentro di me dove non morirà mai. Da quel giorno affrontai altre battaglie, perdendo altri amici, fino a quando, ormai saggio con l’età, mi ritirai.
E i ricordi mi fecero compagnia fino alla fine dei miei giorni.



